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Racconti di viaggio

 

Mozambico. Perdere il cuore

Agosto 2009

Diario di viaggio di Sonia Carestiato

Ogni viaggio è un camminare dentro il mondo e dentro se stessi. E’ perdersi dentro i propri pensieri, le emozioni, dentro le proprie paure, dentro quella assetata voglia di conoscere, di capire , di confrontarsi, di crescere.

Arrivo a Maputo il 15 agosto alle ore 22 con il volo da Lisbona. Ci vogliono due ore per sbrigare le formalità del visto e il ritiro bagaglio. L’aeroporto non è affollato, dall’Europa l’unico volo che arriva direttamente è questo della TAP. Altri collegamenti internazionali sono dal Sudafrica e Kenia. E’ da qua che la parola “pazienza” mi accompagnerà per tutto il viaggio.

Domenica 16 agosto
MAPUTO, la Habana in Africa
Non una ma più volte ho avuto l’impressione di trovarmi all’Habana……..ampi boulevard semideserti fiancheggiati da jacaranda e flamboyant percorsi da pochissime auto sgangherate, lampioni che non funzionano o con luci molto fioche, palazzoni stile sud-americano e vestigia di epoca coloniale scrostate ……e poi ci si mette pure il Portoghese che proprio non te lo aspetti in Africa. Maputo è sicuramente una delle più belle capitali del continente africano.
Ha un bel lungomare con dei buoni ristoranti che servono dell’ottimo pesce, ha dei bellissimi murales rivoluzionari e non, come la pubblicità della birra 2M rigorosamente dipinta a mano.

Il cuore della città è la vivace baixa, il quartiere sul mare che comprende il porto trafficato e la zona commerciale, dove residenze portoghesi di epoca coloniale con balconi graziosi e balaustre in ferro battuto sorgono affianco a sgraziati palazzoni in stile marxista. Nei portoni si scorgono gruppetti di uomini in galabiya intenti a fare quattro chiacchiere, nei vicoli i commercianti indiani intrattengono vivaci trattative con i clienti mentre le donne avvolte in capulanas variopinte vendono pesce,spezie e prodotti di ogni tipo nel gigantesco “Mercado Municipal”, costruito nel 1901.
A pochi chilometri di distanza, lungo l’Avenida Marginal che costeggia il litorale, l’atmosfera è tranquilla. I pescatori espongono la loro merce sul bordo della strada trafficata nella speranza di richiamare l’attenzione di qualche automobilista di passaggio; i venditori ambulanti di banane si riposano all’ombra appoggiati ai loro carretti mentre Radio Moçambique trasmette senza sosta canzoni dai ritmi vivaci; e le squadre di calcio locali si sfidano in partite improvvisate sulla spiaggia.

La storia racconta che prima dell’arrivo degli europei la zona era abitata dai Ronga , un popolo che viveva di pesca, caccia alle balene, agricoltura e praticava anche un po’ di commercio a livello locale.
Nel 1545 il navigatore portoghese Lourenço Marques risalendo la costa dell’Africa meridionale sbarcò per caso sul litorale della Baia de Delagoa, oggi Baia de Maputo. I suoi racconti attirarono nella regione altri commercianti che stabilirono alcune basi di fronte alla costa sulle isole di Inhaca e Xefina Grande da cui partire alla ricerca di avorio nell’entroterra. L’interesse dei portoghesi ben presto si spostò più a nord e i traffici avviati nel sud vennero quasi completamente abbandonati. La zona denominata Lourenço Marques, tornò a risvegliare l’interesse degli europei verso la metà del XIX secolo, in seguito alla scoperta di diamanti e oro nella vicina Repubblica del Transvaal. Intorno al 1898 la città sostituì Ilha de Moçambique come capitale dell’Africa Orientale Portoghese.

La costruzione di un nuovo collegamento ferroviario con il Transvaal nel 1894 e l’espansione del porto diedero un nuovo impulso alla crescita della città. Negli anni ’50 e ’60, Lourenço Marques diventò uno dei luoghi di vacanza preferiti dai portoghesi, mentre i sudafricani bianchi dell’era dell’apartheid varcavano a frotte il confine in cerca di gamberi, spiagge e “donnine”.
Nel 1975, con l’indipendenza, i residenti originari della città ripresero possesso dei loro spazi e nel 1976 il presidente Samara Machel cambiò il nome in Maputo, in onore di un antico capo che si era battuto contro i colonizzatori portoghesi.

Il giro della città ha inizio dalla baixa, il cuore dell’antica Maputo, la parte bassa dove si trovano molti esercizi commerciali , le banche, gli uffici postali e telefonici, alcuni alberghi economici e le vecchie case.
In Praça 25 Junho si erge l’antica “fortaleza” con all’interno un giardino con alberi di frangipane in fiore e un piccolo museo con alcuni cimeli risalenti all’epoca delle prime incursioni dei portoghesi nella regione.
L’antico forte fu eretto dai portoghesi verso la metà del XIX al posto di uno più antico che sorgeva poco distante.
Praça de Independencia è fiancheggiata da un lato dalle bianche guglie slanciate della Catedral de Nossa Senhora da Conceiçao e dall’altro dalla mole neoclassica del Conselho Municipal. Poco distante dalla piazza si trova la Casa de Fero progettata da Eiffel verso la fine del XIX secolo come residenza del governatore; a causa della facciata esterna rivestita da piastre metalliche la casa non si rivelò particolarmente adatta a un ambiente tropicale. Oggi è adibita a Casa de Cultura.
Di fronte si trova il lussureggiante giardino botanico, Jardim Tunduru, allestito nel 1885 dall’architetto di paesaggi, l’inglese Thomas Honney. All’interno si trovano i campi da tennis dove giacano i migliori giocatori del paese. Presso l’ingresso principale del giardino in Avenue Samara Machel si erge una grande statua di Machel, primo presidente del Mozambico.
L’imponente edificio della stazione ferroviaria è da considerarsi davvero un pezzo di storia.
La cupola fu progettata da Alexandre Gustav Eiffel, anche se Eiffel non mise mai piede in Mozambico. Molto belle anche le grate in ferro battuto, le colonne e le verande che decorano l’esterno dell’edificio. Due vecchie locomotive a vapore di fine ‘800 si fanno ammirare come se fossero consapevoli di essere motivo di curiosità. L ’interno ospita uno dei più bei locali notturni della città, il Chez Rangel Jazz Café.
Un grande orologio tondo pende dal soffitto accanto al binario: è fermo sulle ore 7,00 e mi chiedo in chissà quale giorno e in quale anno il tempo si sia fermato per sempre tra quelle lancette arrugginite. Tutto è silenzio attorno.
La stazione è quasi sempre deserta sebbene ancora in uso ma i treni effettuano poche corse. La rete ferroviaria è praticamente inesistente.

Il Museu de Historia Natural è ospitato in un edificio in stile manuelino con un dipinto murale di Malangatana. Si possono vedere alcuni esemplari impagliati della fauna africana e si trova un’interessante collezione di feti di elefanti, che mostrano la sua evoluzione in ogni mese di gestazione probabilmente l’unica in tutto il mondo.
Lo stile manuelino o tardo gotico portoghese, è presente in molti edifici, è lo stile architettonico sontuoso e composito fiorito in Portogallo nel primo decennio del XVI secolo. Esso incorpora elementi marinari come riferimento alle scoperte fatte in quegli anni dai navigatori portoghesi Vasco da Gama e Pedro Alvares Cabral. Fu così chiamato in onore di Manuele I del Portogallo, sotto il cui regno (1495 – 1521) furono costruiti la maggior parte degli edifici in questo stile. Anche se questo stile durò molto poco (dal 1490 al 1520 circa), esso riveste una grande importanza nella storia dell’arte del Portogallo. Celebrando il potere marittimo del paese esso viene impiegato sia in patria che in tutte le colonie nella costruzione di chiese, monasteri, palazzi e castelli, ma anche nella scultura, nella pittura, nella lavorazione dei metalli e nell’arredamento. Il Museu Nacional de Arte ospita una favolosa collezione di dipinti e sculture dei più importanti artisti mozambicani contemporanei, tra cui Malangatana e Chissano.

Il fascino dei mercati mi attanaglia. Al Mercado Municipal mi introduco tra le lunghe file di venditori ambulanti, tra le bancarelle cariche di frutta e verdura, pesce fresco e spezie di ogni colore, e i chioschi traboccanti di scope, secchi di plastica e merce di ogni tipo.
L’affascinante il Mercado de Peixe offre un vasto assortimento di pesce locale: le aragoste multicolori, i granchi blu, le vongole giganti, scampi e gamberi, barracuda e grandi pesci di vari colori. Si compera il pesce e si fa grigliare subito sulle piastre a carbone del ristorante lì vicino con i tavoli sotto gli alberi. Il sapore di quel pesce mi rimarrà dentro.
E’ venale ma il Mozambico lo ricorderò anche per la bontà dei suoi prodotti culinari: freschi e naturali.

Nel pomeriggio ho il primo incontro con il coordinatore CCS Italia di Maputo, Paolo Gomiero, per un inquadramento generale del Paese con particolare attenzione alle sue problematiche sociali ed ai campi d’intervento dell’associazione. Presso la sede regionale dei Missionari della Consolata condivido la cena con Padre Bruno e Padre Arthur. Da anni vivono in Mozambico e si cimentano a raccontare le loro esperienze e divertenti aneddoti di vita.

Molteplici sono i problemi di questo paese, uno dei principali è la mancanza di preparazione della popolazione locale per le attività che necessitano una più alta formazione, ma non basta costruire una scuola, si deve prima capire gli adulti, i quali devono convincersi dell’importanza dell’istruzione ed infondere la convinzione ai loro figli. Il mio viaggio è stato più che altro un’osservazione delle varie problematiche del paese e l’apporto dell’opera dei missionari e delle istituzioni laiche.

Qualche nota: POPOLAZIONE: 20.905.585 abitanti – densità 27 ab./kmq SUPERFICIE: 801.590 kmq – Maputo 966.837 ab.

DIVISIONE AMMINISTRATIVA: il Mozambico è diviso in 11 province suddivise a loro volta in 129 distretti. Le province da nord, sono: Cabo Delgado, Niassa, Nampula, Zambezia, Tete, Manica, Sofala, Inhambane, Gaza, Maputo e Maputo città. Circa la metà della popolazione è concentrata nel centro e nel nord del paese, in particolare nelle province di Zambezia e Nampula, le più densamente popolate , dove vive circa il 40% della popolazione totale. Più del 70% della popolazione mozambicana vive in zone rurali.
Gli insediamenti del sud del paese sono concentrati soprattutto lungo la fascia costiera, con pochi villaggi isolati disseminati nelle aride regioni dell’entroterra. La provincia di Niassa è la meno popolata, sette abitanti per kmq. Il tasso di crescita della popolazione si attesta intorno al l’1,4%, rallentato da un tasso di diffusione dell’AIDS. L’aspettativa di vita è di circa 40 anni. Nel paese sono presenti 16 grandi gruppi etnici o tribù.
Il principale è quello dei makua, distribuito al nord e che costituisce il 25% della popolazione totale. Tra gli altri gruppi etnici figurano i makonde di Cabo Delgado; i sena di Sofala, Manica e Tete; e i ronga e gli shangaan, che costituiscono l’etnia principale delle province meridionali di Gaza e Maputo. Altri gruppi che si incontrano sono lomwe e chuabo di Zambezia; yao e nyanja di Nassa; mwani di Cabo Delgado; nyangwe di Tete, tswa e chopi di Inhambane.
Nel Mozambico meridionale e nelle zone costiere di religione musulmana dell’estremo nord del paese, tra i mwani, predomina il modello societario patrilineare, mentre nell’area dell’entroterra del centro e del nord, in molte tribù (tra cui lomwe, makonde, makua e nyanja), vige un ordinamento matrilineare.

Vi sono poi alcuni gruppi della valle del Rio Zambézi, come chuabo,sena e nyungwe, che nelle loro tradizioni fondono elementi di entrambi questi sistemi. Circa l’1% della popolazione è di origine portoghese, di seconda generazione e che si considerano prima di tutto mozambicani. Il portoghese è la lingua ufficiale. Le 52 lingue africane del paese, tutte di famiglia bantu, possono essere suddivise in tre gruppi: lingue makua – lomwe, parlate dal 33% della popolazione nel nord; lingue sena – nyanja nel centro e vicino al lago Niassa; e le lingue tsonga al sud. Al confine con la Tanzania si sente parlare lo swahili.

REGLIGIONI: culti locali 47% - Cristiani 30% - Musulmani 23% Sono ancora molto diffuse le religioni tradizionali basate su credenze animiste, e spesso alcuni elementi delle fedi tradizionali vengono incorporate dalla religione cristiana. E’ radicata la convinzione che gli spiriti degli antenati possano condizionare il destino degli uomini. Spesso la religione assume anche caratteri politeistici. Nel sud quasi tutti i gruppi tribali riconoscono, oltre a un Dio onnipotente, vari spiriti minori che sono oggetto di culto e hanno il potere di condizionare gli eventi.
Ci sono molti siti sacri, collegati a queste credenze, come foreste, fiumi, laghi e montagne, luoghi carichi di significato che rivestono un ruolo importante nella vita delle comunità. La medicina tradizionale è largamente praticata, spesso come unico rimedio e a volte in aggiunta alle terapie mediche occidentali. In lacune zone rurali lontane da ambulatori e ospedali, il curandeiro è l’unico in grado di fornire un’assistenza sanitaria.
Oltre ai curandeiros si possono incontrare profetas – medium o indovini – e feticeiros – stregoni. Questi tre ruoli a volte sono concentrati nella stessa persona, a volte rivestiti da persone diverse. Mentre i curandeiros e i profetas sono figure riconosciute pubblicamente, l’identità di un feticeiro resta celata alla comunità. In quasi tutti i mercati c’è un reparto di rimedi tradizionali in cui si possono acquistare zampe di uccello, foglie, piante secche e altri vari amuleti. Gli indovini portano con sé un sacchetto con delle ossa – di solito esemplari maschili e femminili della stessa specie – che hanno la funzione di favorire la comunicazione con gli antenati.

Mercoledì 17 agosto – MAPUTO e dintorni
La BARRANGEM DOS PEQUENOS LIBOMBOS si trova sulle colline circa 45 km a sud-ovest di Maputo e raccoglie le acque del fiume Umbuluzi rifornendo d’acqua la capitale. Poco distante si trova Goba, la frontiera con lo Swaziland. La campagna circostante è tranquilla ma il fiume è popolato di coccodrilli, il maggior pericolo per le genti del posto: devono fare molta attenzione quando si recano a prendere l’acqua, quando vanno a lavare i panni o a lavarsi. La giornata è dedicata all’incontro con le comunità dove CCS Italia è attiva. La popolazione della Scuola Antigas Combatentes ci accoglie festosa. Nel villaggio vive una comunità interetica formata da persone che provengono da zone diverse del paese. Hanno preparato per la nostra visita uno spettacolo di danze mapiko e nyau , tradizionali del nord del paese. Quando arriviamo i bambini sono compostamente attenti, quasi immobili, redarguiti dagli adulti che, con tono tra il paternale e l’autoritario, li invitano a stare fermi. Poi quando l’atmosfera si riscalda con i canti e le danze, la curiosità dei piccoli si fa più accesa ed è difficile tenerli fermi, fin tanto che una bimba si avvicina e la prendo sulle ginocchia, e poi un’altra e così via finché tutti noi siamo circondati da questi silenziosi e timorosi angioletti. Ora che praticamente è rotto quell’incantesimo surreale e il ghiaccio si è sciolto, a queste latitudini è facile sciogliere il ghiaccio…………, si incomincia il reciproco scambio di qualche frase, un gioco, un girotondo tutti insieme. I bambini stanno diventando inarrestabili di fronte alla nostra partecipazione ai giochi. Si agitano davanti alla macchina fotografica. Poi cominciano a cantare l’inno nazionale mozambicano, con grande impegno e partecipazione. In loro non vi è più il ricordo della guerra, ma certamente questi ricordi sono presenti nella memoria dei loro fratelli più grandi e dei loro padri.

Il pranzo ha luogo presso la comunità, in una delle aule è stato attrezzato il ristorante e con noi pranzano le autorità del villaggio, i maestri e i danzatori. Il cibo è ottimo, sapori genuini profumati di spezie. Le carni sono varie: capretto, pollo, maiale con le verdure dolci o amare, patate, fagioli, ceci. Non manca mai la frutta fresca: banane, arance, papaia.

Si prosegue per il villaggio di Ngolhosa dove siamo accolti dagli insegnanti e dai ragazzi della scuola che per noi hanno preparato uno spettacolo di danze conclusasi con una nostra esibizione finale sul palco.

Ho passato una giornata ricca di emozioni e mi piace pensare, con una punta di orgoglio, che questa notte sicuramente tutti questi bambini saranno nei miei sogni e che noi saremo, anche perché così diversi nel colore della pelle e nei nostri bei vestiti, anche nei loro. I nostri aiuti non vinceranno tutte le loro sofferenze ma contribuiranno ad alleviarle, consentendo loro un briciolo di serenità, una vita migliore a cui ogni bambino ha diritto.


Martedì 18 agosto
RESERVA ESPECIAL DE MAPUTO

Un grande traghetto un po’ malmesso fa la spola tutti i giorni tra Maputo e Catembe, con partenza dal molo vicino al Ministero delle Finanze. La prima corsa è alle 5, poi alle 6, alle 7 e alle 8,30, quindi bisogna partire presto per non restare a terra in quanto nel corso della giornata ci sono traghetti ogni poche ore. Ci imbarchiamo con quattro fuoristrada indispensabili per le piste che troveremo nella riserva. Catembe, la tranquilla cittadina agricola sul lato meridionale della baia de Maputo, offre uno spaccato del Mozambico rurale. Mi immergo nell’atmosfera locale ammirando il panorama di Maputo sull’altro lato della baia.
Si scende verso sud, da Maputo ci sono 120 km per arrivare Ponta d’Ouro e a 11 km si trova il posto di confine con il Sudafrica di Kosi Bay. Sulla strada per Ponta d’Ouro, a due ore dalla capitale, si estendono i 90 kmq della Reserva Especial de Maputo, che copre un tratto di costa completamente isolato ricco di vegetazione. Istituita nel 1969 per proteggere gli elefanti che popolavano la zona, negli anni ’70 se ne contavano circa 350, e diverse specie di tartarughe, fino a poco tempo fa si chiamava Riserva degli Elefanti di Maputo. A causa della guerra e del bracconaggio si stima che gli elefanti siano ridotti oggi a circa 180 esemplari solamente, schivi e difficili da vedere. La riserva conta anche popolazioni di antilopi, ippopotami e altri animali di piccola taglia. Le attrattive principali sono però la fauna avicola e la natura incontaminata che dà la possibilità di passare da un paesaggio di savana al bosco, dalla zona desertica di sabbia bianca al prato verde, alla macchia costiera. Vivono in questo incontaminato ecosistema oltre 300 specie di uccelli, tra cui aquile pescatrici e molte varietà acquatiche. Questo tratto di costa è un’importante zona di riproduzione per le tartarughe carretta e liuto, le cui uova si schiudono da novembre a dicembre.
Dopo 35 km dall’ingresso principale arrivo in riva al mare, a Ponta Milibangalala. Se il tratto costiero è di unica bellezza per le sue spumeggianti onde e le dune spazzate dal vento, la strada che attraversa la boscaglia subito dopo l’ingresso non è meno interessante, grazie alla ricca varietà di habitat che si sussegue, tra boschi, praterie e foreste secche. Arrivare al mare non è poi stato così semplice. La pista in certi punti è molto sabbiosa, una sabbia bianca e fine, e ben due jeep si sono insabbiate. I nostri autisti non erano molto esperti ne attrezzati con le piastre e più acceleravano più si insabbiavano. Intanto il tempo passava e mentre una jeep tornava verso il campo per recuperare una pala, gli altri autisti cercavano di liberare le ruote a mani nude. Non sembravano alquanto preoccupati del passare del tempo…………..ci vuole pazienza………………….ci sono comunque riusciti e così abbiamo potuto arrivare al mare. Una pace infinita, solo la voce del mare sussurra, mentre, seduta sopra un grosso tronco, consumo il mio pranzo con un panino, una mela e una banana. Null’altro di più vorrei avere.

Si arriva al traghetto di Catembe che è già buio, ci mettiamo in coda agli altri automezzi, attendiamo quasi un’ora prima di imbarcarci e intanto gironzoliamo tra le bancarelle; acquisto una bibita, dei biscotti e mi intrattengo ad osservare la gente che si aggira intorno, i bambini si avvicinano e i più audaci fanno qualche domanda per iniziare una semplice conversazione. Così l’attesa è meno noiosa. Il traghetto è carico di gente, fa freddo e non resto fuori all’aperto. Mi siedo accanto ad una giovane mamma con una stupenda bimba in braccio. Abbiamo tutti rivolto le nostre attenzioni alla piccola e lei era attratta da ogni cosa.


Mercoledì 19 agosto
MAPUTO – INHARRIME – TOFO km 500

Percorrendo la Strada Nazionale 1, una delle cinque strade percorribili in tutto il Paese per raggiungere gli Stati confinanti e il Nord, mi allontano dalla vita metropolitana per scoprire le zone rurali, la lussureggiante vegetazione e le lagune costiere. Si parte con due ore di ritardo a causa di un incidente stradale nel centro di Maputo, alle ore 12,45 sono a XAI XAI, sono stati percorsi 204 chilometri e la strada finora non è male. Ci sono in corso dei lavori ai ampliamento in appalto a società cinesi che impiegano macchine mostruosamente grandi, di colore giallo, per estrarre la terra rossa dalle zone circostanti necessaria per allargare la strada. Anche qua la Cina ha allargato i suoi tentacoli e considerando la sua operosità , qua in Africa, sarebbe alquanto difficile vedere dei progressi così velocemente se affidati alle strutture e mezzi locali. Attraverso XAI XAI, in epoca coloniale si chiamava Joào Belo, sviluppata in lunghezza lungo la EN1.
Capitale della provincia di Gaza, all’inizio del XX secolo, conobbe una certa prosperità in virtù del suo ruolo di porto satellite di Maputo, sebbene la sua importanza economica non ebbe lo sviluppo della capitale. Durante la sosta per acquistare una bibita, un sacchetto di anacardi e i succosi mandarini , ho visto bambini giocare in strada a dama, con le pedine che erano tappi di bottiglie ….Coca Cola contro Fanta………Venditori di anacardi: bambine e donne incontrerò sempre lungo le strade del Mozambico, ad ogni fermata, in un centro, appaiono come visioni da tutte le parti e in un attimo ne sono circondata. Immediatamente a sud di Xai Xai scorre il “grande e oleoso Limpopo dalle acque grigioverdi“ immortalato in letteratura da Rudyard Kipling. E’ la seconda via fluviale più grande del Mozambico, con un bacino di oltre 390.000 kmq, e lungo la sua corsa verso il mare bagna il Botswana, il Sudafrica e lo Zimbabwe. Nonostante le dimensioni, il livello delle acque varia notevolmente durante l’anno, tanto che nei mesi secchi invernali alcuni tratti si riducono a piccoli torrenti. Gli acquitrini lungo questa parte inferiore del suo corso sono ricchi di volatili.

Si raggiunge INHARRIME dopo 175 km percorrendo tratti di strada di terra rossa e baobab, distese di piantagioni di anacardi e mandarini , lagune costiere. Suor Lucilia ci sta aspettando per il pranzo, oggi è il suo compleanno e un sontuoso pranzo è stato riservato per noi preparato dal ristoratore più rinomato di Maputo, a cui vengono affidati i ricevimenti in onore del Presidente.
E’ la Missione delle Suore Salesiane, un villaggio nel villaggio rurale di Inharrime. Gli edifici destinati all’orfanotrofio sono impeccabili e mi commuovo ad entrare in quelle colorate camere: un lettino con la sua zanzariera, un comodino, una sedia, un armadietto e un peluche. Mi immagino la sera quando le bambine invadono vocianti ognuna il suo intimo angolo di grande serenità e si addormentano sognando le stelle. Tutte queste bimbe amaramente provate delle miserie della vita, ora che sono diventate le “figlie” di Suor Lucilia, così lei le chiama, non hanno più nulla da temere. Si prova commozione a guardarle negli occhi e mi porterò per sempre nel cuore quegli sguardi.
Le bambine oggi sono 50 provenienti da diverse aree del Paese, ma c’è la disponibilità di ospitarne altrettante.
Ci sono edifici per la scuola superiore frequentati da 1300 allievi e una scuola primaria di 200 alunni. Ogni giorno ad ogni bambino viene dato un panino sfornato dalla panetteria delle Suore. Sono in fase di ultimazione due campi di pallacanestro e un altro pezzo di terreno è stato annesso da poco per un campo di calcio. Inevitabile il confronto che mi viene spontaneo……..da noi ci si allena dopo la scuola, qui visto che si va a scuola su turni perché le classi sono troppo numerose e i locali ridotti, gli allenamenti sono prima della scuola: alle sette del mattino. I nostri ragazzi si tolgono un paio di scarpe firmate, per poi mettersi le scarpe da calcio, anch’esse firmate…………..qui i bambini arrivano con le uniche scarpe che possiedono, ossia sandali infradito e li lasciano a bordo del campo per giocare scalzi! Si potrebbe continuare con gli abiti e lascio ad immaginare.
L’imprenditorialità di Suor Lucilia in cinque anni di mandato è stata esemplare…….ci si domanda come ha fatto da sola…………contando solo sulla provvidenza a fare così tanto ………………

Si arriva a Tofo quando oramai è notte.


Giovedì 20 agosto
INHAMBANE dista da TOFO 22 km.

Non è niente male; grazie alla posizione tranquilla, ai viali alberati, all’architettura coloniale e una miscela esotica di influenze arabe, indiane e africane, è considerata una delle città più affascinanti del Mozambico. E’ uno degli insediamenti più antichi della costa. Pur essendo il capoluogo dell’omonima provincia, è una placida cittadina, non è assolutamente una città caotica o pretenziosa ma è la via d’accesso a una serie di splendide spiagge. La sua storia è cominciata già all’inizio del XI secolo.
Era un porto di scalo per i commercianti arabi che navigavano lungo la costa dell’Africa Orientale. I tessuti erano tra le merci più importanti dell’epoca e all’inizio del XVI secolo, all’arrivo dei portoghesi, questa zona vantava già una consolidata industria di tessitura del cotone. Nel 1560 fu scelta per diventare la sede della prima missione dei gesuiti nella regione. Allo sviluppo locale contribuì anche la posizione favorevole su una baia riparata e fu così che, in breve tempo, Inhambane divenne un fiorente porto per il commercio dell’avorio. All’inizio del XVIII secolo qui si stabilirono i portoghesi e commercianti provenienti dall’India. Questa fusione di influenze indiane, cristiane e musulmane continuò a caratterizzare la vita della città in tutti gli anni successivi ed è evidente ancora oggi. Nei decenni successivi i commerci si concentrarono sugli schiavi, piuttosto che sulle stoffe e sull’avorio. Verso la metà del XVIII secolo erano ormai circa 15OO gli schiavi che passavano ogni anno dal porto di Inhambane e l’economia cittadina finì quindi per reggersi unicamente sul commercio degli schiavi. Nel 1834 Inhambane fu devastata dall’esercito di Soshangane, il capo del Regno di Gaza. La città, però, si risollevò in fretta e tornò a essere una dei porti più grandi del paese. L’abolizione della tratta degli schiavi alla fine del XIX secolo assestò un grave colpo all’economia e la situazione peggiorò ulteriormente all’inizio del XX secolo, quando il centro economico della regione si spostò più a sud, a Lourenço Marques, l’attuale Maputo. Molti commercianti si trasferirono o furono costretti a chiudere e per Inhambane cominciò un graduale declino dal quale non si è ancora ripresa.

Passeggiare nelle strade poco trafficate e pulite è un lusso rispetto alle altre zone urbane del Mozambico. Il primo punto di riferimento è l’imponente Catedral de Nossa Senhora da Conceiçao, risalente alla fine del XVIII secolo. Si erge alle spalle della nuova cattedrale. Lungo la strada che costeggia il lungomare si trova la piccola vecchia moschea del 1840. la nuova moschea è situata invece alcuni isolati più avanti. Una vecchia casa coloniale, affrescata da coloratissimi murales, ospita la Casa de Cultura che espone degli strumenti musicali tradizionali, abbigliamento ed utensili domestici di origine locale. Il vivace mercato è fantastico. Intere ceste straripanti di tangerinas de Inhambane sono allineate lungo i corridoi profumando l’aria e illuminando di colore. Questo frutto si è perfino guadagnato un posto nella cultura popolare locale grazie alla poesia “As Saborosas tanjarinas d’Inhambane” del poeta mozambicano José Craveirinha. E non manco di comperarmi i succosi mandarini.

Si dice che Vasco da Gama, l’esploratore portoghese del XV secolo, al suo arrivo a Inhambane fosse rimasto così colpito dalla gente del posto da chiamare la regione terra da boa gente , “terra della brava gente”.

Il mio pomeriggio libero a Tofo. TOFO sicuramente non è il posto più bello del mondo, ma è un gran bel posto……chilometri di spiaggia e dune con vegetazione tipo macchia mediterranea, capanni di paglia intrecciata, qualche baretto e qualche ristorantino con un’atmosfera d’altri tempi; il resto è tutto sabbia, vento e mare; è come un lunghissimo spicchio di luna dorato.
Le coste del Mozambico sono state fortemente colpite dall’uragano Flavio nel febbraio del 2007 e ancora si vedono i danni. Il ciclone qui ha completamente distrutto la strada e sradicato gli alberi di casuarina. Si vedono ancora i tronchi sulla spiaggia, e quando dal mare arriva un po’ di nebbiolina, contribuiscono a creare uno scenario quasi irreale.
I bambini mi accompagnano nella mia passeggiata sulla spiaggia. Cercano di contribuire come possono all’economia domestica, quindi, dopo la scuola “lavorano” in spiaggia vendendo braccialetti e collanine di conchiglie ai turisti, in verità ben pochi soprattutto in questa stagione. Mi sono intrattenuta con questi piccoli ometti e ognuno racconta la sua storia, più o meno triste, più o meno credibile, ma a me non importa verificare la veridicità dei fatti. Mi piace semplicemente che siano lì, che mi regalino i lori sorrisi e li osservo nell’intrecciare abilmente collane e bracciali. Altri giocano con ruote di bicicletta arrugginite, altri si cimentano in verticali e acrobazie varie e corrono liberi, scalzi, con magliette e pantaloncini completamente stracciati………….sono così genuini che non riesco nemmeno a paragonarli ai bambini europei.
La piccola cittadina è pervasa da un’atmosfera festaiola e si trova un mercatino con l’artigianato locale che non ho trovato in nessun altro posto, cose belle, prezzi da contrattare, ma soprattutto la certezza che tutto è prodotto qui.
Poco più a sud, raggiungibile sempre lungo la spiaggia, sul versante di una collina verdeggiante affacciata sulle acque color turchese, sorge TOFINHO, dove il mare si scatena in forti correnti marine. Le grandi onde e l’atmosfera vibrante sono ideali per i surfisti.
L’altra spiaggia dalle acque azzurre e riparate, dalle lunghe distese di sabbia bianca intercalate da dune e palmeti, è BARRA. Si trova sulla punta della penisola, dove le acque della Baia di Inhambane si mescolano con quelle dell’Oceano Indiano.
La cucina del Mozambico, un misto di influenze africane, indiane, portoghesi, è una delle migliori dell’Africa Australe. I piatti che ho apprezzato sono stati principalmente quelli a base di pesce. In tutta la costa il pesce è eccezionale e il sapore inebriante: gamberi, scampi, calamari, aragoste e pesce alla grigia come barracuda o altri grandi pesci vengono serviti in grandi piatti con patate fritte, verdura fresca e pomodori. Sono caratterizzati da un sapore robusto e vigoroso, esaltato dall’uso del latte di cocco e dal piri-piri.
A competere la bontà delle pietanze non è di meno la bellezza del paesaggio: sotto le stelle con lo sciabordio delle onde in sottofondo e la vivace e calorosa ospitalità della gente, personaggi strani e sempre allegri.
Così le serate, a parte le attese………….al ristorante , trascorrono in armonia ricordando insieme ai miei compagni i momenti più salienti della giornata.


Venerdì 21 agosto
TOFO – MASSINGA – MORRUNGULO km 91 + 15 km di pista di sabbia

Da Inhambane con una barca attraverso la baia per Maxixe dove il pullman mi riprenderà evitandomi quasi due ore di percorso sulla strada dissestata. Nella baia ci sono le barche dei pescatori con le vele colorate come le capulane delle donne.
A Maxixe un lungo ponte di nuova costruzione unisce il pontile alla strada principale EN1. In attesa del pullman mi apparto ad osservare il via vai della gente che va a prendere i battelli: ci sono donne con carichi di manioca in testa, altre trasportano sempre sulla testa fardelli di stoffe e ogni altro genere di merce, i bambini se ne stanno comodamente sulla schiena delle madri sorridenti. La strada è invasa dai chapas pieni all’inverosimile e dai machimbombo, gli autobus di linea.

MASSINGA è un vivace capoluogo di distretto, circondato da rigogliosi palmeti. Siamo attesi per il pranzo dai Padri e dalle Suore della Consolata. Con Suor Rita e Suor Teresa che vivono in Mozambico da molti anni, affrontiamo una riflessione sulla passata guerra civile, da loro vissuta in primo piano e la loro opera prestata in qualità di infermiere in aiuto alla popolazione e tuttora attive nel centro nutrizionale della missione.
Suor Teresa prepara le pappe “proteiche” per i bambini. Si occupa della pesa mensile dei bimbi del villaggio e dei villaggi vicini. Il controllo del peso è uno dei pochi strumenti che ha per tutelare la salute della popolazione infantile in quanto la mancanza di crescita è un campanello d’allarme che indica la possibile presenza di malattie.
Gli asili nei villaggi si tengono all’aria aperta con una lavagna appesa ad un albero. Le suore si recano nei luoghi più lontani portando la merenda per tutti: torte preparate da loro.
Suor Rita mi accompagna a visitare le “sue ragazze” nella comunità all’interno del villaggio. Ha acquistato il terreno e costruito un piccolo complesso di edifici nello stile locale. Le ragazze si auto- gestiscono e sono aiutate e sorvegliate dalle suore e da una laica che vive con loro. Suor Rita continua ancora oggi, a settantanni, a prestare la sua opera presso l’ospedale.
Suor Teresa ci mostra con orgoglio le sue piante medicinali che rigogliose si producono in tutto il giardino della missione. La loro giornata inizia all’alba e termina a notte inoltrata, tante sono le cose a cui devono attendere
La serenità ti invade nel sentire raccontare la loro vita missionaria, la loro vita per gli altri.

E’ oramai notte quando arrivo a Morrungulo dove la voce del mare cullerà i miei sogni.


Sabato 22 Agosto
MORRUNGULO – VILANKULO km 220

E’ ancora buio quando mi alzo per affacciarmi sul mare, per scorgere la luce smorzata del sole che sta per svegliarsi diffondendo la sua aureola ancora tenue, rosata all’orizzonte. E’ un panorama senza fiato: un tratto di costa apparentemente interminabile con palme quasi al mare e basse scogliere dove le onde spumeggianti si infrangono. Il più bello che ho visto in questo viaggio, da portare per sempre nel cuore. Mi incammino lungo la spiaggia e respiro a pieni polmoni l’aria frizzante mentre il cielo prende sempre più colore e gli occhi sull’arenile si imbattono in grosse conchiglie, pesantissime …..di colore bianco, da cui immagino poter vedere uscire una venere………………….. Il Morrungulo Resort è veramente bello, ha chalet di paglia e bambù con salone e cucina, e barracas per grigliare il pesce all’aperto, tra le buganvillee e le palme. Il posto ideale per isolarsi dal mondo e ritrovare la serenità.

Si ripercorrono i 15 chilometri di pista di sabbia rossa per ritrovarsi sulla EN1 e proseguire verso nord attraversando zone aride e brune punteggiate da enormi alberi di baobab. Gli abitanti di questa zona sfruttano le cavità nei tronchi degli alberi per accumulare riserve idriche per la stagione secca. Queste stesse comunità fanno della caccia un’importante fonte di alimentazione. Di solito viene praticata con arco e frecce, e soprattutto nelle notti di luna piena.
Il paesaggio si trasforma in lussureggianti distese di palme da cocco, alberi di mandarino e ancora giganti baobab.

A Vilankulo ci attende Christian, il coordinatore del CCS Italia, che presenterà i progetti dell’organizzazione attivi nell’area. VILANKULO non so come definirlo….un paese? Una cittadina? Le strade non ci sono, le case sono costruite sulla sabbia……..Un piccolo centro, all’ingresso di una delle due uniche strade, è tutto quello che si trova con un supermercato, un bar, un hotel, qualche barracas con frutta, verdura e merce varia dai detersivi ai casalinghi.
Al calar della sera ………………..buio, silenzio, guardie e un cielo spettacolare……….
Non ha una gran spiaggia, qui ci si ferma per una gita alle isole dell’arcipelago.
Nel febbraio del 2007 anche la costa di Vilankulo e l’arcipelago di Bazaruto sono stati colpiti dal violento ciclone Flavio che ha provocato danni a centinaia di edifici e i segni sono ben visibili ancora oggi. Prendo alloggio al Smugglers, un simpatico lodge che divido piacevolmente con il tranquillo Enrico.
Un giardino verde e lussureggiante con due piccole piscine porta un po’ di fresco e crea un’atmosfera ancora più esotica. Il ristorante offre buone proposte di piatti di pesce ed è animato da vivaci avventori locali.
E’ proprio al Smugglers Sports Bar che incontro Paolo, un veterano di Avventure nel Mondo, della mia città. Emozione forte, così lontano incontrarci, mentre a casa ci vediamo solo alle proiezioni…………….. Ci scambiamo le nostre impressioni del viaggio raccogliendo entrambi consigli e osservazioni su quanto già visto e quello che andremo a vedere.


Domenica 23 agosto

L’ARCIPELAGO DI BAZARUTO è l’archetipo del paradiso tropicale lambito da limpide acque color turchese, circondato da spiagge deserte di sabbia bianca e miriadi di pesci dai colori vivaci. E’ formato da cinque isole principali: Bazaruto, Benguera, Magaruque, Santa Carolina e la piccola Bangué. Fino a 10.000 anni fa, le isole più lunghe erano collegate alla terraferma in corrispondenza di Ponta Sao Sebastiao. La piccolo colonia di coccodrilli del Nilo che si crogiola al sole negli angoli più nascosti delle isole di Bazaruto e Benguera testimonia l’esistenza passata di questo collegamento.
Dal 1971 buona parte dell’arcipelago è protetto come “parco nazionale” sotto il patrocinio nel WWF. Alla fine del 2002 i confini del parco sono stati estesi fino a comprendere tutte le isole per una superficie complessiva di 1.400 kmq. L’isolamento dell’arcipelago dalla devastazione della guerra rispetto alla terraferma ha protetto la natura conservando decine di specie di uccelli, tra cui aquile pescatrici e fenicotteri rosa. Ci sono anche cefalofi rossi, tragelafi striati e, soprattutto sull’isola di Benguera, i coccodrilli del Nilo. I delfini popolano le acque cristalline, insieme ad altre 2000 specie di pesci, oltre a tartarughe carretta, tartarughe liuto e tartarughe verdi. Gli animali più suggestivi che si possono incontrare sono gli schivi e goffi dugonghi che trascorrono le giornate brucando nelle distese di erbe marine. Le formazioni coralline si trovano in ottimo stato di conservazione, con ben 100 specie di corallo duro e oltre due dozzine di coralli molli fino ad ora identificate. Le stelle marine di colore blu punteggiano la sabbia bianca.
Circondati da tutta questa prorompente natura vivono 3500 mozambicani.

Sebbene molti abitanti delle isole vi siano giunti in tempi relativamente recenti in cerca di un luogo sicuro negli anni della guerra, la storia dell’arcipelago è molto più antica. Le isole – chiamate in passato Hucicas o Vacicas - godettero per molto tempo di grande fama per le perle e l’ambra grigia. Già nel XV secolo erano sede di una fiorente comunità marittima dedita ai commerci costieri in dhow. I primi insediamenti commerciali portoghesi risalgono alla metà del XVI secolo, mentre le prime colonie permanenti furono fondate sull’Isola di Santa Carolina verso la metà del XIX secolo. Oggi tutte le isole sono abitate, a eccezione di Bangué.
A più riprese, fino ad arrivare all’epoca coloniale, diverse isole – in particolare Santa Carolina – funsero da colonie penali non solo per Vilankulo, ma per l’intera regione, con prigionieri provenienti perfino da Beira. Secondo la leggenda locale la varietà dei gruppi etnici rese necessario lo sviluppo di una lingua comune, che portò alla nascita di un particolare dialetto oggi considerato indigeno. Sebbene sia stato ormai diffusamente sostituito dallo xitswa - una delle lingue principali della provincia di Inhambane – e dal portoghese, questo dialetto è parlato ancora oggi da qualche anziano del posto.

Le isole più vicine a Vilankulo sono Magaruque (12 km al largo della costa) e Benguera (15 km). Sono raggiungibili in dhow o in gommone.
Tutti gli alberghi e i lodge sono di categoria elevata. Il Banguera Lodge è considerato uno dei più belli e più riservati, con pensione completa il costo si aggira a partire da $ 800 al giorno. Naturalmente tutti i lussuosi lodge sono collegati con voli da Johannesburg o Vilankulo oltre che da motoscafi privati.
Tanto lusso si riscontra spropositato con il vero mondo mozambicano. Il vero paradiso è tra le acque cristalline dai bassi fondali prospicienti le bianche spiagge circondate da lembi di foresta.
Tra Vilankulo e l’Ilha de Benguera si estende un vasto banco di sabbia, visibile solo con la bassa marea, come oggi. Nella tradizione locale veniva chiamato “Ilha dos Ladroes “ (Isola dei Ladri) perché ci venivano portati i trasgressori della legge per lasciarli annegare con il salire della marea. Oggi invece i marinai la chiamano “Meu Sòcio” (Mio Socio) perché lo considerano un approdo di emergenza nel caso un dhow cominci ad affondare.

Ho il ricordo del mare dai colori fantastici: azzurro, verde smeraldo, blu scuro, della baia punteggiata dalle vele dei dhow gonfiate dal vento mentre nel cielo vibrano starne e fenicotteri. Una piroga scivola sulle lisce acque fino a sfociare in una insenatura dove la sabbia biancheggia. Si sente nitido il ruggito del mare.
A Vilankulo opera da molti anni Padre Fabio, missionario della Consolata.

Lunedì 24 agosto

VILANKULO – PARCO DI GORONGOSA km 480

Sempre percorrendo la EN1 ci portiamo verso l’entroterra, e dopo aver oltrepassato il fiume Save proveniente dallo Zimbabwe per raggiungere l’oceano, entriamo nella provincia di Sofala. La EN1 ci porterà fino alla nostra meta: il Parque Nacional del Gorongosa. Si devono percorrere poi 38 chilometri di pista per il Chitengo Camp e da qui l’accesso nel Paradiso degli Animali.

Mister Carr era il classico ragazzo americano diventato ricchissimo in fretta nell’era dot.com. Poi ha scoperto un parco nel Mozambico devastato dalla guerra civile. E a 50 anni ha un nuovo scopo nella vita: far rinascere questa meraviglia naturale come meta turistica ecosostenibile.

Quanto vale una notte di sonno cullati dai rumori della natura? Nel caso di Greg Carr, 40 milioni di dollari: quelli che l’ex imprenditore statunitense ha deciso di investire per i prossimi trent’anni nel Parco di Gorongosa per salvarne l’ecosistema. La storia di Carr è semplice: sembra Bill Gates, e lui pure sembra Bill Gates, con qualche chilo in più. Nato in Idaho nel 1959, a 27 anni, in piena era dot.com, diventa ricco inventando la tecnologia della voice mail, a 30 vende tutto per dedicarsi alla filantropia, a 46 resta folgorato da Gorongosa e decide di fare della sua rinascita il nuovo scopo della vita. La storia di Gorongosa, invece è più complicata, e va nella direzione opposta a quella del suo salvatore: dalla gloria allo sfacelo.

“Il luogo dove Noè approdò con l’Arca”: così, negli anni ’60, i coloni portoghesi definivano il parco, tanto era ricco di fauna. Le strutture turistiche originarie erano state costruite negli anni ’40, ma erano troppo all’interno, e la prima piena – per sei mesi l’anno il parco si trasforma in un immenso acquitrino – le aveva sommerse. Quando le acque si ritrassero, il ristorante era presidiato dai leoni, che si erano impadroniti del tetto salendo lungo la scala a chiocciola. Così potevano osservare le prede dall’alto e sceglierle con calma “come da un menù”, ricorda un ranger. Nessuno li disturbò più fino al 1976, anno successivo all’indipendenza, quando, come da copione africano, scoppiò la sanguinosa guerra civile. Gorongosa fu uno dei fronti più aspri. I miliziani e i bambini – soldato delle due fazioni si affrontavano all’ultimo sangue nelle sue foreste, e per procurarsi il rancio volgevano i Kalashnikov contro gli animali. In sedici anni i soldati uccisero e arrostirono 14mila bufali, seimila zebre, tremila ippopotami, quattromila elefanti, migliaia di leoni e gazzelle, impala, antilopi, portando tutte le specie del parco sull’orlo dell’estinzione. I mozambicani, con quel minimo di senso dell’umorismo che possono permettersi da cittadini di uno dei Paesi più poveri del pianeta, sono soliti dire che la guerra finì quando finirono gli animali. Nel 1992, anno degli accordi di pace (quando Carr era ormai un tycoon), il Mozambico era allo sfascio, Gorongosa – 4000 kmq, una biodiversità fra le più ricche del mondo, 50 ecosistemi diversi – un cimitero. Su tutto sventolava la nuova bandiera nazionale, ingentilita dalla silhouette di un Kalashnikov. In questi anni la natura ha fatto quanto ha potuto per cicatrizzare le ferite, leoni, ippopotami e bufali sono tornati a popolare le savane e i fiumi, ma il vero impulso alla rinascita del parco è arrivato da Carr. Ha staccato un assegno dopo l’altro per finanziare la reintroduzione di animali provenienti dal Sudafrica, la costruzione dell’ecolodge dove alloggio,la formazione di ranger e l‘acquisto di uniformi e fucili, quest’ultimi per combattere una seconda guerra, quella contro i bracconieri, che a Gorongosa cacciano non per le pelli, i trofei o altre frivolezze del genere, ma per sfamarsi. In questa regione i contadini riescono a malapena coltivare il necessario per sostenersi, nessuno di loro ha mai visto una mucca né assaggiato il latte. Il loro unico commercio è quello del carbone prodotto bruciando ettari di foresta. Nei momenti di maggior disperazione lo portano in bicicletta fino a Beira, 200 chilometri a sud, dove si spuntano 30 centesimi di euro in più al sacco.

Gorongosa è il Mozambico più arretrato, in un certo senso il suo cuore di tenebra, dove persistono le tradizioni più antiche come quella dei regulos, i sovrani locali: nonostante siano il più delle volte irrecuperabili ubriaconi, hanno più potere del governo. Per legge, il Frelimo, il partito di maggioranza, concede loro una bicicletta, un’uniforme da vigile coloniale e un vitalizio di sei euro al mese. E’ l’attaccamento alle tradizioni, si è detto spesso, che condanna l’Africa al suo eterno medioevo: eppure da questi parti si ascoltano le testimonianze più toccanti sul ruolo fondamentale delle tradizioni nel preservare la delicata interazione fra uomo e ambiente.

Sentite il capovillaggio di Vinho, neanche mille abitanti raggruppati sulle rive del fiume Pungoe, che da Chitango Camp si arriva in canoa, quando si lamenta che la natura non è più quella di una volta perché la gente non rispetta più le tradizioni: “Una volta si andava a pescare al fiume e i coccodrilli non osavano attaccare l’uomo, perché si stava alle regole e si facevano sempre tutti i rituali per ingraziarsi gli spiriti. Oggi non c’è rispetto: nel fiume la massaia va a sciacquare le pentole sporche. Per questo i coccodrilli fanno tutti quei morti”. Riguardo a lui, il capo, è un miracolo che sia arrivato a 72 primavere: la morte lo ha sfiorato decine di volte, negli anni della guerra: ”era sempre lì che ti aspettava”. Racconta dei rastrellamenti, di villaggi dati alle fiamme, mima le raffiche di mitra e le fughe nell’acqua alta nella stagione delle inondazioni. Poté tornare a Vinho solo a guerra finita, dopo tre lustri: intanto aveva sposato due donne, aveva avuto 21 figli, nove dei quali uccisi nel conflitto. Lo scorso anno, l’ultimo incontro ravvicinato con l’aldilà: la sua terza moglie, sostiene, lo ha avvelenato, forse usando una varietà di millepiedi nel cui corpo scorre arsenico, e di cui solo le civette possono nutrirsi. I vicini l’hanno portato all’ospedale di Vila Gorongosa, i medici l’hanno dato per spacciato ma, in una notte di cerimonie e di pozioni, lo stregone di Vinho lo ha riportato in vita. Afferma: “le tradizioni non sono da sottovalutare”.

La Fondazione Carr ha costruito a Vinho un piccolo ospedale con due infermieri residenti: una specie di miracolo, in una nazione dove c’è un medico ogni 80mila abitanti, anche se la gestione, purtroppo, è nelle mani del Ministero della Sanità. Inoltre c’è la scuola costruita sempre dalla Fondazione.

Comincia già a far buio quando riprendo la canoa per riattraversare il Pungoe e frettolosamente mi avvio verso il Camp lungo il sentiero tra l’erba alta. Camminare al buio si ha sempre la sensazione ad ogni fruscio di imbattersi in qualche creatura della foresta o fantasticare un incontro con un saltellante elfo.

Il Camp è molto accogliente dotato di una capanna centrale adibita a sala da pranzo ed eleganti bungalow.

Martedì 25 e mercoledì 26 agosto

PARCO NAZIONALE DI GORONGOSA

Correva l’anno 1972. E correvano 500 leoni e 2.200 elefanti. E galoppavano 14.000 bufali. E saltavano come ballerine 2.000 antilopi impala, 3.500 antilopi d’acqua, 1.000 antilopi cervicapra, 1.000 kudu, 700 antilopi nere. Sguazzavano nei fiumi e nei laghi 3.000 ippopotami. Altrettante zebre trottavano nella savana mischiandosi alla moltitudine di gnu azzurri (5.500). Quell’anno a Gorongosa non dominava l’uomo. Il tempo si era fermato nei 5.730 chilometri quadrati del terzo parco più antico dell’Africa. La riserva naturale risale al 1936 e per decenni è stato “un sogno – ha scritto Mia Couto, uno dei maggiori autori mozambicani – dove il canto degli uccelli si mischiava al ruggito dei leoni, dove dall’erba ricoperta di rugiada salivano le risate delle iene e l’ululato degli sciacalli”. Quest’area comprende la parte meridionale del Great Rift e l’imponente massiccio del Gorongosa.

Si racconta che grazie alla flora e alla fauna richiamava celebrità mondiali: Tippi Hedren, protagonista del film di Hitchcock “Gli uccelli” si ispirò al Gorongosa per la sua riserva di gatti esotici vicino a Los Angeles. L’astronauta Charles Duke confidò che il safari qui era stato eccitante quanto il suo sbarco sulla luna (aprile 1972). Poi il mito si dissolse. Correva l’anno 1976: il Mozambico resosi indipendente dal Portogallo, cominciò a dilaniarsi nella guerra civile. Da una parte il Frelimo, comunista; dall’altro, la Renamo, guerriglieri anticomunisti sostenuti dall’esterno. Fu uno scontro atroce, che coinvolse uomini (quasi un milione di morti) e cose. E animali. La roccaforte della Renamo era (ed è) questa provincia di Sofala e il quartiere generale era installato nelle vicinanze del Parco. La conseguenza fu che i leoni e gli elefanti smisero di correre, le antilopi di saltare, i bufali di galoppare, gli ippopotami di sguazzare, le zebre di trottare. I guerriglieri per fame abbatterono la fauna. Nel 1994, dopo il cessate il fuoco firmato a Roma, si contavano 108 elefanti, 129 antilopi d’acqua, 65 zebre. Ma bufali, leoni, ippopotami, impala, kudu, antilopi cervicapra, gnu erano spariti.

Oggi con l’intervento di Carr il parco sta ripopolandosi: gli elefanti sono 300, i leoni rinati 40, i bufali 186, gli ippopotami sono 160, gli impala 560, i kudu 430. E le antilopi cervicapre volteggiano ovunque, se ne contano 4.600, come quelle d’acqua (4.615) e le nere sono 300. Completamente assenti, oggi scorazzano felici tragelafi (1.125), antilopi nyala (395), oribi (1.300) e facoceri (3.635).


Nei miei tre safari sono riuscita a vedere tutti questi animali, fuorché gli ippopotami e i bufali perché si trovano molto lontano, a nord del Parco.


Il Mozambico non è un paese per vecchi: l’aspettativa di vita in questa provincia è inferiore ai 40 anni – soprattutto per colpa dell’Aids: il 45% (c’è chi dice il 60%) della popolazione è infetta (la media nazionale è del 26%). A Beira si celebrano 100 funerali la settimana. Il Gorongosa dicono è il simbolo del loro futuro. Non è una terra per vecchi, neppure esso, ma per la ragione opposta: qui gli animali stanno rinascendo………………….


Interessante è la peculiare varietà di ecosistemi. Si attraversano savane, foreste di palme e acacie amarule, caratterizzate dal colore giallo del tronco, e poi ancora praterie, acquitrini e pozze d’acqua.

Ci sono circa 300 specie di volatili, molte delle quali endemiche e uccelli acquatici nelle paludi.

Ho avvistato l’imponente aquila urlatrice, il tenebroso avvoltoio, il rapace falco pellegrino, la colorata ghiandaia, la vivace upupa, la faraona mitrata dalle caruncole di colori metallici rossi e blu, l’enorme bucero terricolo grande quanto un tacchino, l’uccello martello o umbretta di colore bruno scuro riconoscibile dal lungo ciuffo di piume dietro la testa, la jacana africana mentre cerca piccoli animali sulla vegetazione galleggiante delle paludi.

All’improvviso famiglie di babbuini attraversano la pista dileguandosi nella boscaglia.


Monte Gorongosa

Fuori dai confini del parco, a nord ovest, si erge il Monte Gorongosa (1863 m) , la quarta montagna più alta del Mozambico. Avvolto da un’aura mitologica secondo la tradizione locale, il monte è ricco di flora e fauna e numerose cascate scroscianti. I versanti della montagna sono l’unico habitat dell’Africa meridionale del rigogolo testaverde, e uno dei pochi posti in cui si possono vedere il cantore maculato e il pettirosso di Swynnerton. Il monte è considerato una montagna sacra, ma è possibile scalarne la parte più alta con una guida locale. La Carr Foundation sostiene lo sviluppo dell’ecoturismo a favore delle comunità locali e un progetto di riforestazione della montagna, che ruota intorno ai sentieri escursionistici e al birdwatching. Il progetto mira a offrire alle comunità locali fonti di sostentamento alternative a un tipo di agricoltura che distrugge le foreste, abbattendole ed incendiandole per far posto alle coltivazioni.

La tradizione vuole che non si indossi nulla di rosso quando si scala la montagna e che la salita venga affrontata a piedi nudi.

Sul monte cadono circa 2000 mm di pioggia all’anno e il terreno umido e sdrucciolevole unito alla forte pendenza del sentiero rendono la salita molto scivolosa man mano che ci si avvicina alla vetta.


Le serate in compagnia di Vasco, il direttore del Chitengo Camp, un simpatico portoghese che parla perfettamente italiano, trascorrono allietate dai racconti e dalle proiezioni di interessanti video girati prima della guerra civile, quando il parco era densamente popolato di animali.

   

Giovedì 27 agosto

CHITENGO CAMP – TICA – BEIRA km 210

Si ritorna sulla EN1 fino all’incrocio di Inchope per prendere la EN6 il cosiddetto “corridoio di Beira”, lo

sbocco al mare dello Zimbabwe.

Sosta presso la cittadina di Tica per assistere, insieme a Pietro, il coordinatore dell’ufficio CCS di Beira, ad uno spettacolo teatrale attuato dai ragazzi di una delle scuole sostenute dall’ente umanitario.

Tutti i bambini gioiosi partecipano alla rappresentazione, si divertono a mimare gli attori, sempre molto composti e sottovoce. Poi quando termina si stringono intorno a noi per farsi fotografare.

Mi sovviene l’affermazione dello scrittore Antonio Tabucchi alla domanda di un giornalista “Per lei qual’e la cosa più bella del mondo?” e la sua risposta è stata: “La cosa più bella del mondo sono i bambini!”

In questo momento non c’è altra verità.


BEIRA, capitale della provincia di Sofala, è la seconda città più grande del Mozambico. Si affaccia sull’Oceano Indiano, alla confluenza dei fiumi Pungoe e Buzi. I portoghesi vi aprirono un centro commerciale nel 1890 e lo chiamarono Chiveve, dal nome di un fiumiciattolo che l’attraversa.

Pochi anni dopo, con la costruzione del porto e della ferrovia che collega la città con la Rhodesia (oggi Zimbabwe), diviene anche la sede degli uffici centrali della potente Companhia de Moçambique. E’ così che nel 1907 viene insignita del titolo di città e cambia il nome in quello attuale. L’espansione di Beira procede in fretta, anche se occorre bonificare gradualmente la palude che la circonda per erigervi costruzioni solide. Porto e ferrovia sono i propulsori principali dello sviluppo: la città è lo sbocco sul mare per i territori britannici dell’interno: la Federazione delle Rhodesie (Zimbabwe e Zambia) e del Nyassaland (oggi Malawi).

A partire dagli anni ’50 la cittadina vive un vero e proprio boom, demografico ed edilizio. Questo diviene motivo di orgoglio per i portoghesi beirensi che gareggiavano con quelli della capitale, Lourenço Marques (Maputo), in una sana rivalità. La città fu ridotta allo stremo durante la guerra civile (1977-1992) e rimase per settimane di fila senza acqua corrente e elettricità. Oggi si assiste a una discreta ripresa economica, rallentata però vistosamente dalle ripercussioni della crisi del vicino Zimbabwe e dalle inondazioni del 2000.

Resta comunque il porto più trafficato del paese, nonché una città famosa per le specialità culinarie a base di pesce e per la godereccia vita notturna.

Il primo impatto è sconcertante, mi sembra di essere in un paese dell’Europa dell’Est con i grandi casermoni grigi e i panni stesi. Nei pressi di altri grandi complessi vicino al porto di un grigiore tenebroso e squallido gironzolano individui trasandati che non ti possono dare piacere nell’incontrarli.

Il cuore della città è la zona intorno a Praça do Municìpio e Praça Metical contraddistinta da una grande moneta di metical collocata su un piedistallo. La cattedrale fu costruita con le sue attuali guglie all’inizio del XX secolo con le pietre recuperate dalle rovine del forte di San Caetano a Sofala.

Le vie sono fiancheggiate da antichi palazzi coloniali. La baixa si trova tra le due piazze con il porto e ancora altri edifici interessanti dell’epoca coloniale in parte restaurati.

Dopo la zona residenziale di Ponta Gea si estende la Praia di Makuti dove alloggio in un elegante resort. La spiaggia è uno tra i posti migliori della città, anche se non può essere paragonabile alle spiagge che ci sono più a sud, ma l’acqua è pulita, le correnti sono forti ma i venti moderati. In fondo si trova il vecchio faro rosso e bianco di Makuti, che risale al 1904. Una pista di sabbia e una fila di palme dividono la spiaggia dall’albergo.


Grande Hotel di Beira, fasti e declino di un simbolo coloniale.

Era il più lussuoso albergo dell’Africa australe, simbolo indiscusso del sogno coloniale portoghese. Oggi è solo uno scheletro di cemento, usato come rifugio dalla popolazione più povera di Beira.

Da lontano l’edificio sembra disabitato. Nelle viscere di questo mastodontico rudere a tre piani si celano scene desolanti e problemi assillanti che Dante, se fosse vissuto oggi, avrebbe senza dubbio scelto come scenario di uno dei suoi gironi. Avvicinandosi, si nota del movimento, soprattutto vicino ad alcune baracche improvvisate che hanno la pretesa di essere dei chioschi. Qui alcune donne vendono articoli disparati di uso quotidiano: fiammiferi, carbone, sapone, gli immancabili pomodori, cipolle,olio, bevande, birra. Il grigiore dell’edificio è spezzato dai panni variopinti stesi ad asciugare alle finestre e sui balconi. Sui parapetti, degli oggetti gialli e bianchi che scopro essere taniche e secchi. Due ragazze infatti stanno riempiendo da un rubinetto sulla strada una fila di contenitori. Da anni nell’hotel non c’è acqua corrente e neppure l’elettricità.

E’ consigliabile non scendere dal pullman e fotografare con attenzione per non mandare su tutte le furie qualche “inquilino”.

Si nota comunque che il cortile davanti all’entrata è completamente ricoperto di immondizia. Di fronte c’è la zona della allora reception dell’albergo la cui architettura rende l’idea di quella che doveva essere la maestosità dell’intero edificio. La gigantesca opera occupa un’area pari a 12mila metri quadrati, quasi due campi di calcio di serie A. Terminata dall’architetto portoghese Francisco de Castro, di cui rimane ancora intatta la bella facciata della stazione ferroviaria, e inaugurata nel 1954, venne costruita negli anni di massima espansione del colonialismo portoghese. Una struttura sproporzionata per un esiguo numero di stanze, solo 122 e nemmeno tanto spaziose. Troppo poche per sostenere un mostro di quelle dimensioni. La soluzione del mistero va cercata nel fatto che probabilmente l’hotel doveva ospitare un casinò. Le infrastrutture erano pensate in funzione dei giocatori che si pensava di attirare: una piscina olimpionica, negozi e parrucchieri ai bordi, una passerella per le sfilate di moda. Il problema è che non arrivò mai l’autorizzazione per le sale da gioco. Forse perché il dittatore dell’epoca, Salazar, era persona austera e detestava il gioco d’azzardo. Magari perché il vescovo di Beira, dom Sebastiao de Resende, non vedeva di buon occhio un locale che avrebbe contaminato già i molli e facili costumi della sua diocesi. Ipotesi, congetture, quel che è sicuro è che la mancata apertura del casinò costituì un grosso ostacolo per attirare gente facoltosa a Beira.

Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, l’enorme edificio cominciò ad essere usato solo per feste, conferenze e vertici. Era ancora un locale magnifico, ma già con dei segni evidenti di abbandono che si sarebbero aggravati rapidamente, accelerati anche dall’aria salmastra: l’oceano sta di fronte a pochi metri. L’ultima festa che vi si tenne fu quella di fine d’anno del 1980. Gli scantinati erano già utilizzati per rinchiudervi i prigionieri politici e sarebbero divenuti luogo di detenzione provvisoria per centinaia di deportati verso i campi di rieducazione del Niassa, durante gli anni della “Operaçao produçao”.

Nel 1985, ritenuto che il degrado fosse oramai totale, si pensò di farlo implodere. Ma non si passò mai alla dinamite. Nel frattempo infuriava la guerra civile, e il terzo piano cominciò ad essere occupato da membri delle forze di sicurezza e da militari con famiglia che non trovavano alloggi a Beira. Quasi contemporaneamente le campagne cominciarono a svuotarsi e una massa di persone si riversò nella città. Il “mostro” poteva ospitarne a centinaia nei suoi spazi cavernosi.

Le cose più belle, candelieri di cristallo, tappeti, poltrone , sofà, quadri, servizi in argento e ceramica, erano sparite da tempo e probabilmente finite nelle case dei dirigenti politici e militari. Causa la mancanza cronica di combustibile, per l’impossibilità di approvvigionarsi nella boscaglia, insicura a motivo della guerriglia, si cominciò ad utilizzare anche il parquet, gli infissi, i pochi mobili rimasti e qualsiasi oggetto che poteva bruciare. Il fumo che saliva da decine di bracieri cominciò a ricoprire di uno strato di fuliggine i lunghi corridoi e i locali, già scuri per mancanza di energia elettrica.

All’interno non è rimasto più niente, tutto è stato divelto. Il metallo venduto come ferrovecchio, la pietra, i mattoni e il cemento come detriti preziosi per le costruzioni. E allora qualcuno si è messo ad abbattere i parapetti e addirittura qualche pezzo di parete, per vendere le macerie. Per i bambini non c’è pericolo: abituati al buio ci vedono come i gatti. Il pericolo è per chi si prende una sbronza, ogni tanto se ne trova qualcuno stecchito dopo un volo di due o tre piani, o nelle trombe degli ascensori.

Mi fa impressione solo pensare ai servizi igienici: la spiaggia è a pochi metri ma i poliziotti cominciano a dare la multa. Così si usa un secchio o una borsa di plastica e poi si butta tutto dalla finestra…….

Alcuni parti del “mostro” potrebbero cedere da un momento all’altro. L’amministrazione locale ha fatto appello alle famiglie che ci vivono perché lo abbandonino. Queste non se ne vogliono andare e visto i precedenti non ci sarebbe soluzione. Nel 2004, l’Associazione musulmana di Sofala costruì varie case nel sobborgo popolare di Munhava. Decine di famiglie vi si trasferirono. Non passò molto tempo e vari proprietari preferirono affittare le loro case nuove e tornarsene al Grande Hotel. Altri invece vi rimasero ma cominciarono ad “affittare” i loro miniappartamenti nel mostro. Così gli inquilini dell’albergo sono aumentati.

Quindi sarà alquanto difficile convincerli od obbligarli a sloggiare. Uno sfratto coatto, infatti, scatenerebbe una sommossa popolare; già ora tutti i poliziotti che si avvicinano troppo all’hotel vengono fatti oggetto di lanci di pietre.

Da più di trent’anni questa gente affronta situazioni difficili con una sopportazione e una capacità di adattamento che rasentano l’incredibile.

Questa del Grande Hotel è forse la più appariscente, niente di più. Credo che l’albergo non si svuoterà tanto in fretta. Malgrado tutto c’è sossego - tranquillità – in abbondanza da questi parti. E l’emergenza è diventata normalità e stile di vita.


Venerdì 28 e sabato 29 agosto

MAPUTO

Da Beira ritorno in aereo a Maputo.

Rivedo con piacere i luoghi già noti.

Il Mercado de Peixe è un ritorno gradito da tutti per assaporare un’intera aragosta grigliata ciascuno ……..insuperabile !!

Il pomeriggio si conclude con una passeggiata a Costa do Sol alle luci del tramonto.

Al sabato c’è il Mercato dell’artigianato dove si trova un assortimento di sculture in legno e altri oggetti di buona qualità.

Sono arrivata all’ultima cena in Mozambico. E’ un locale affollato, tipico del sabato sera, con gente allegra, vestita a festa, sembra che qui non esistano problemi…………….domani è un altro giorno.


Le cose più belle del viaggio sono stati, oltre ai miei compagni di viaggio, uomini, donne e bambini con un sorriso e una dignità che non smetterò mai di invidiare. Tanti sono stati i bambini che ho incontrato e la cosa che più mi ha impressionato, è stata che non ho li mai visti piangere………………..perchè i bambini mozambicani non piangono? Mi sono data una risposta: sono bambini speciali……….Bambini che sin dalla più tenera mattina riempiono i suoni di mille colori.

La gente vive con grande dignità e con l’arte di arrangiarsi, a contatto con una natura ancora incontaminata e i ritmi di vita sono sicuramente più umani dei nostri.

Mentre sto per salire sul volo che mi riporterà a casa , mi giro indietro e sorrido.

Mi perdo nella mia Africa, che mi dipinge come un quadro dei suoi colori al tramonto, mi veste delle sue stoffe urlanti, mi culla con i suoi suoni ed i suoi odori e mi fa tornare a sognare con i suoi cieli ricamati di stelle.

I diamanti, sono sicura, sono caduti proprio da lì ……..lentiggini di stelle……..Per trovarli basterebbe sedersi a terra e perdersi di nuovo.


…………..Sto di nuovo lasciando l’Africa…………..e già penso alla prossima volta che tornerò…..Adiòs !!!

L’Africa è parte di me, sta lì, sul fondo dei miei pensieri, sempre pronta a riemergere.