Non è un paese per vecchi!
Il titolo del film dei fratelli Cohen era come un ritornello, scherzoso ed un po’ consolatorio, che continuava a scorrere nella mia testa mentre, bardato di tuta e di pinne, disperatamente attaccato ad una gomena di un veloce gommone e con i piedi saldamente bloccati da appositi robusti nastri, venivo comunque sballottato, in un simulacro di rodeo, sulle onde dell’oceano indiano, zigzagando al largo del tratto di costa fra Tofo e Tofinho, alla ricerca degli squali balena.
Ma, per fortuna, l’obiettivo dell’escursione non era una favola per turisti e abbiamo tutti potuto godere, più volte, della vista dei grandi squali, nuotare, pur a rispettosa distanza, ma al loro fianco o nella loro scia, e godere anche della vista pur lontana di balene e, più ravvicinata, di delfini e di grandi banchi di pesci.
Ma, più tardi, soprattutto una volta tornato in Italia, mi sono accorto come il refrain scherzoso che mi aveva in qualche modo consolato nella mia avventura marina, fosse del tutto appropriato per il Mozambico.
È questo un paese dove l’aspettativa di vita, ormai nel ventunesimo secolo, supera di poco i quarant’anni, dove la causa principale di morte è ancora la malaria, che sopravanza seppur di poco l’AIDS, sempre più diffuso.
È anche un paese (purtroppo non il solo) dove l’età media è bassissima e dove le donne partoriscono almeno cinque o sei figli (così c’è probabilità che qualcuno sopravviva!), dove, nelle campagne (ed è quasi sempre campagna!) è diffusa la pratica della poligamia che così porta i maschi ad avere anche venti, trenta figli …
No, non è un paese per vecchi.
Basta guardarsi attorno lungo le strade ed i marmocchi spuntano dovunque, mentre le donne soprattutto, sicuramente più laboriose dei loro compagni, provvedono a coltivare, in una economia di sussistenza, miseri fazzoletti di terra, a vendere nei mercatini i prodotti dei campi (ananas, patate, pomodori, anacardi, banane… ), spesso gravate sulla schiena da fanciullini che giacciono apparentemente indifferenti, così trasportati da madri o sorelle.
Ma è anche il paese che ha subito quasi vent’anni di lunga e feroce guerra civile, spesso eterodiretta, che ha così distrutto almeno una generazione, ma che ha saputo poi trovare una propria via ad una democrazia, certo ben lungi dall’essere compiuta, ma che comunque consente una convivenza accettabile, nella evidente voglia che la vita rinasca e si rafforzi.
È un paese dove le scuole traboccano di bimbi, con tassi di scolarizzazione che dicono essere molto elevati, pur in una situazione assai carente sia di strutture che di sussidi ma, soprattutto, condizionata da una preparazione degli insegnanti assai precaria.
Ma è anche un paese dove l’abbandono scolastico è fortissimo, specie fra le femmine e le popolazioni rurali le cui abitazioni distano, a volte, diecine di chilometri dalle strutture.
È però un paese dove le ricchezze potenziali abbondano (legno pregiato e metalli pesanti, ma anche bellezze naturali) e che, proprio per questo e per la sua fragilità, è facile preda degli stranieri (soprattutto bianchi di Sudafrica e Zimbawe e cinesi).
È anche un paese dalle grandi potenzialità agricole, non sfruttate, nell’apparente assenza di piani nazionali di sviluppo fondati su un corretto studio dell’ambiente.
Ma il Mozambico è anche la culla e l’incubatrice di vivaci movimenti culturali legati soprattutto alla pittura ed alla scultura del legno.
Questo già si coglie all’arrivo, nell’atrio dell’aeroporto, dove è posizionata in bella evidenza una grande scultura lignea monoblocco di Chissano, uno dei più grandi artisti locali, morto da alcuni anni.
E questo si vede, e con forza, anche, ad esempio, nel museo di arte moderna di Maputo e nell’annesso laboratorio degli artisti, nel museo di Chissano a Matola, nel mercato dell’artigianato di Maputo, ma anche nei piccoli mercatini di souvenir dove spesso gli articoli non sono banali e rispecchiano la vivacità culturale.
Ed è poi un paese dalle lunghe, infinite, spiagge bianche oceaniche, costellate da conchiglie e pezzi di corallo, dove, disabituati alla contemplazione ed all’astrazione, restiamo turbati e commossi…
Ed è anche il paese di Gorongosa, un tempo uno dei parchi naturali d’Africa più belli, sia per biodiversità che per il numero degli animali, e che ora, dopo le enormi distruzioni della fauna durante la guerra civile, sta rinascendo a cura della benemerita fondazione Carr, che, intelligentemente, non si limita a gestire e ripopolare il parco con un incremento di animali che si stima nel 38% annuo, ma è attiva anche nella riqualificazione sociale ed economica delle popolazioni locali.
Questo è il Mozambico o almeno quello, che, nel breve volgere di un denso viaggio di due settimane, mi è sembrato, aiutato nella lettura della realtà sociale ed economica dall’incontro “sul campo” con i cooperatori di ONG, come CCS e Lvia, e di alcune missioni salesiane e della Consolata, tutti assai attivi con una visione spesso “politica” e quindi non meramente assistenziale. Questo, dunque, è il mio Mozambico, cui mi sento di augurare che riesca a trovare una via più sicura e solida ad un maggiore benessere sociale e culturale e che possa al più presto divenire anche un paese per vecchi ….
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