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Racconti di viaggio

 

Diario di viaggio

di Giovanna Licata
Agosto 2010

A Kampala non c'è da vedere molto per la verità. La strada che da Entebbe conduce alla capitale dell'Uganda, Nazione definita da Churchill "perla dell'Africa",è tutta affollata di sobborghi di abitazione dai tetti di lamiera rilucente al sole. Una teoria di botteghe sgangherate si sussegue all'infinito lungo la via principale ed affolla ambo i lati dove corrono marciapiedi sterrati, segnalandoti inequivocabilmente che siamo n un Paese africano. Kampla ha abitazioni a più piani ma, nelle sette colline su ci si allarga, mi è apparsa, per quel che ho visto, una città nel complesso "orizzontale". A parte le baraccopoli periferiche, ammassate e gremite, è immersa nel verde, ha un clima gradevole, e si fregia, nel centro, di qualche palazzo più elegante. Ci siamo fermati al Museo Nazionale dell'Uganda che una guida ci ha fatto visitare nei dettagli. L'edificio non deve essere recente ed a tratti appare trascurato e mal messo, ma ciò che contiene merita una visita non frettolosa, che si rivela molto interessante, soprattutto nelle sezioni che accolgono reperti archeologici e fossili, ed aspetti della cultura tradizionale ugandese, come strumenti musicali, abiti e costumi rituali, riproduzioni di abitazioni, armi, giochi, nonché suppellettili ed arredi. Non abbiamo potuto visitare le Kasubi Tombs, le tombe reali,perché chiuse al pubblico, dato che versano in condizioni molto precarie. Alla sera,sfinita dalla stanchezza, dopo interminabili ore di viaggio, prima in treno, poi in aereo, con le caviglie gonfie per il troppo stare seduta o stazionare immobile in piedi, mi sono ritrovata, col gruppo, a cena, in un ristorante tipico, dove avremmo dovuto gustare la tilapia, il pesce pescato nei laghi ugandesi, ed il pollo cotto tra foglie di banana. I gestori del locali, tuttavia, ne erano sprovvisti per accontentare tutte le richieste,perché c'erano soltanto tre pesci per dodici persone, e pertanto, dopo estenuanti tentativi di capire quali vivande fossero nella loro disponibilità, abbiamo finito con l'accettare quel che c'era in casa, molto spesso tutt'altro di quanto promesso dal menù propostamene reclamizzato in lingua locale e tradotto in bel inglese; e alla fine ci siamo saziati con riso bollito, condito con sughetto abbastanza saporito, patate dolci lessate e presentate a mo' di tortino a montagnola, una specie di spezzatino di manzo, spicchi di avocado e poltiglie varie di indefinibile colore verdastro, il tutto presentato in capienti piatti concavi,ornati con foglie di banana. Del pesce e del pollo, tuttavia, non ne è arrivata neppure una lisca o un ossicino. Per fortuna non abbiamo fatto tardi e, al rientro in hotel, ci aspettava, per l'ennesima volta, il "controllo" (si fa per dire), di borse e borselli, manco fossimo al passaggio della sicurezza in aeroporto!

Una lunga strada asfaltata che corre da Kampala a Masindi. Il traffico è praticamente inesistente, tant'è che abbiamo incontrato solo qualche sparuto autoveicolo in transito. Ho notato che la guida è a sinistra, retaggio della colonizzazione inglese. Molta gente si sposta a piedi o in bicicletta, mentre non sono numerose nemmeno le motociclette. Ho visto maggiore animazione in alcuni dei villaggi attraversati per via, dove era possibile notare qualche auto o qualche moto in sosta. I centri abitati si susseguono frequentemente: molto spesso le abitazioni sono di mattoni, o anche di fango e paglia, circondate, in qualche caso, da alte palizzate di lamiera; dello stesso materiale sono pure i tetti spioventi, quando non cedono il posto ai terrazzi. Davanti alle case non è infrequente osservare una specie di patio, costituito da una tettoia sorretta da sottili pali allineati in fila indiana e posti dinanzi alla facciata, sulla quale si spalancano aperture, di sovente, prive di porte, che lasciano intravedere interni privi di suppellettili e pavimenti in terra battuta. La campagna circostante è verde, ed è disseminata di fiorenti e lussureggianti bananeti. Ci siamo fermati, non a caso, in un villaggio dove donne solerti si sono immediatamente accostate al bus, offrendoci delle ottime, caldissime, saporitissime banane cotte alla brace, da gustare e consumare con tutta la buccia: una delizia, morbida, pastosa, impareggiabilmente squisita!!

Abbandonata la strada carrozzabile, un percorso sterrato ci ha condotto al Ziwa Rhino Sanctuary, un parco ove la sosta ci ha regalato una sorpresa di quelle davvero speciali, rare ed eccezionali. Dei ranger, molto professionali, scrupolosi ed attenti, ci hanno guidato abilmente, in fila indiana ed in assoluto silenzio,per sentieri tracciati nella bassa boscaglia, dove, ad un certo punto, sotto l’ombra di piante frondose, abbiamo avvistato, a distanza molto ravvicinata, una femmina di rinoceronte accompagnata dal suo massiccio cucciolo. Se ne stavano pacifici e per niente allarmati dalla nostra presenza, che, per altro, era discreta e rispettosa della loro privacy. Ci siamo attardati davanti a questi due magnifici esemplari, colti nel loro ambiente naturale,in un momento abituale della loro esistenza. Non ci siamo stancati di fotografarli: l’emozione era davvero vivissima e molto forte. Siamo rientrati alla base sotto il sole, ma per quanto la giornata fosse calda, stranamente non abbiamo sofferto di afa. Uno dei miracoli del clima equatoriale è che è pienamente vivibile: nonostante il sole splendente, l’aria è tersa e fresca, e la temperatura piacevole sia di giorno che di notte. Il clima ti fa sopportare, senza sforzo, la fatica di marce più prolungate. Che sorpresa!


La zona che si estende a nord di Kampala ed a sud di Masindi, e che noi abbiamo attraversato, è nota, a chi viene informato delle vicende storico-politiche dell’Uganda, come il famigerato “Triangolo di Lowero”, un’area che, negli anni ’80, è stata teatro di violenti scontri tra gruppi armati diversi, sui quali prevalse l’N.R.A., il National Resistance Army, dell’attuale presidente Yoweri Museveni. Infatti, dopo l’indipendenza, ottenuta dall’Inghilterra nel 1962, il Paese ha ha conosciuto anni bui di sanguinosa guerra civile, quale strascico doloroso di un colonialismo che, basato sul principio “divide et impera”, concedendo privilegi ad alcuni e, penalizzando e mortificando inevitabilmente altri, aveva inasprito le tensioni tribali tra i diversi gruppi etnici. A su, i Bantu furono favoriti dai colonizzatori in campo politico, economico e culturale; al Nord, gli Acholi e alte popolazioni furono arruolati nelle file dell’esercito, o destinati ai lavori manuali. L’emancipazione e l’arricchimento crescenti del Sud ai danni del Nord, ha provocato, nel tempo, malcontento e tensioni che dittature e colpi di stato hanno fatto sfociare in guerriglia armata dichiarata, che, rinfocolata spesso da leaders carismatici, più o meno invasati e deliranti, in grado, comunque, di soggiogare ed affascinare masse sovente ignoranti e superstiziose, è stata a stento repressa e soffocata negli anni più vicini a noi. I guerriglieri ribelli dell’L.R.A., Lord Resistance Army, le cui basi di appoggio erano concentrate nel Sud del Sudan, Nazione che li proteggeva e fomentava con armi, danaro e provvigioni alimentari, hanno seminato terrore, morte, e distruzione soprattutto tra il popolo Acholi, sottraendogli con violenza un’intera nuova generazione e destinandola alla carneficina più atroce.

L’Uganda è, ancora oggi, il Paese con il più alto tasso di natalità in tutto il Pianeta, è un Paese ricchissimo di bambini, e, proprio i bambini, sono stati i protagonisti di fatti di efferata crudeltà e di disumana spietatezza. Sconosciuto ai più e quasi ignorato da quelli che contano nel mondo, negli ultimi venti anni della nostra storia, si è consumato nel Nord della Nazione, nel silenzio più assordante, che ha ovattato ed attutito il grido accorato di qualche sensibile osservatore occidentale, il dramma terribile ed assurdo di 30.000 bambini soldati, prima adolescenti tra i 14 e i 17 anni, poi, sempre più ragazzini, maschi e femmine, di appena 9-10 anni che, rapiti sistematicamente dai ribelli, strappati con forza alle loro rispettive famiglie nel cuore della notte, venivano addestrati per combattere,per compiere le azioni più abominevoli, come uccidere, su comando, persino un proprio genitore o un proprio fratello, nonché altri minori, e trasformati, così, in orribili macchine da guerra – una guerra di bambini – in terrificanti angeli della morte; un’infanzia negata, che ha irrimediabilmente perso se stessa, la propria identità, la propria innocenza. Più del 70% dei guerriglieri era costituito da ragazzini sequestrati, ridotti dalla guerra ad una merce facilmente rimpiazzabile, la cui vita era ritenuta infinitamente meno preziosa di un AK-47, il famigerato kalashnikov, il letale fucile automatico, così leggero da portare sulle spalle e così semplice da maneggiare da essere adatto persino ad un bambino. A questi ragazzi è stato fatto provare ciò che di peggio vi è al mondo: hanno conosciuto la perdita di tutti quelli che abbiano mai amato, fame senza tregua, abusi emotivi e sessuali, e soprattutto l’idea che tutto ciò che di buono e nobile c’era nella loro vita, li avesse lasciati per sempre. Le nuove reclute erano considerate “usa e getta”; per i guerriglieri dell’L.R.A. la loro morte era un fatto assolutamente privo di importanza. Le bambine rapite, poi, erano considerate ai comandanti come trofei per le loro vittorie militari, come giocattoli personali cui imporre il proprio capriccio, come schiave abusate sessualmente al servizio indiscriminato di ribelli senza scrupoli. Scaraventate nella guerra contro la loro volontà, molte sono divenute ragazze madri ancora giovanissime, moltissime hanno contratto l’AIDS.

Oggi, la situazione sembra essere tornata alla normalità, se di “normalità” si può parlare in un territorio in cui, di certo, sopravvivono tuttora problemi enormi connessi con le conseguenze di quei traumi e di quegli stigmi indelebili che hanno segnato per sempre le coscienze. Noi turisti, che siamo passati da quelle parti, non abbiamo constatato nulla di anormale ed abbiamo proceduto senza intoppi per la nostra strada, turbati, in ogni caso, dal racconto di quelle vicende laceranti e sopraffatti da umana pietà per quelle vittime innocenti il cui ricordo rimarrà vivo nei sopravvissuti.

Il Murchison Falls National Park è una vastissima area protetta molto battuta da orde di visitatori, qui giunti ad ondate ricorrenti perché in vena di safari. Di buon mattino, pulmini e fuoristrada attrezzati, carichi di turisti, battono a tappeto soprattutto le piste situate nel nord-ovest del parco, all’affannosa ricerca di animali da immortalare in foto e filmati. Bufali, giraffe, elefanti, facoceri, antilopi ed altri esemplari di cervidi, ippopotami, aquile, leoni, uccelli dal vivace coloratissimo piumaggio sono facilmente e frequentemente avvistati anche da molto vicino. Per me non è stata la prima volta ormai che ho vissuto l’esperienza di un safari; tuttavia, ogni volta, provo un’emozione fortissima che rinnova di continuo la sorpresa e l’incanto. Questa volta, l’incontro con gli animali ha occupato l’arco di un’intera mattinata, a partire dalle prime luci dell’alba perché abbiamo perlustrato in lungo ed in largo sotto la guida vigile e sapiente di un ranger attento e ben lieto di farci conoscere botanica e la zoologia della zona. La crociera sul fiume, abbinata al safari, è stata la classica ciliegina sulla torta, perché consente di osservare ad un palmo di distanza i famosi e giganteschi coccodrilli del Nilo, mentre si crogiolano pigramente al sole, o scivolano silenziosi e subdoli agilmente in acqua, contendendo il territorio a maestosi, corpulenti e chiassosi ippopotami, eternamente a mollo tra i flutti.

E così mi sono ritrovata di nuovo sul Nilo, ma questa volta non per curiosare tra lussuosi templi e residenze di faraoni, scribi e dignitari dell’Antico Egitto, ma da tutt’altra parte, per riscoprirne le tanto ricercate sorgenti. Il grande fiume dal corso qui placido e maestoso nasce dal Lago Vittoria e prende la denominazione di ilo Bianco fino a Khartoum, capitale del Sudan, dove incontra il Nilo Azzurro proveniente dall’altopiano etiopico. Dalla confluenza tra questi rami, deriva il corso d’acqua che attraversa l’Egitto e sfocia con un ampio delta nel Mediterraneo. Qui in Uganda l’escursione in barca termina bruscamente ad un certo punto del corso del fiume, quando la corrente diviene impetuosa e forma gorghi perigliosi ed un mare di schiuma, che sembra panna montata color crema, invade le acque ribollenti che turbinano vorticose sotto lo scafo che avanza. In lontananza si staglia il tumultuoso precipitare dell’immane massa liquida, che nel suo riversarsi impetuoso dalla gola, solleva sbuffi ed ondate di spuma candidissima. Ma lo spettacolo diviene sublime e superbo, se si osservano le cascate da vicino quando rovinano a valle dall’alto delle rupi. Sublimi passaggi strettissimi passaggi scoscesi costringono la poderosa portata del fiume ad incunearsi furiosamente in salti e meandri dirupati, angusti, accidentati, tortuosi e ripidissimi, dove le acque prigioniere tumultuano e ribollono vorticose sollevando nuvole dense di vapori azzurrini. Il baratro si spalanca tenebroso e pericolosamente strapiomba sotto i tuoi piedi, mentre percorri il sentiero scivoloso di lastroni di rorida roccia bagnata di pioggia recente. Una brina finissima di acqua rugiola tiepida ti investe quando ti affacci alla ringhiera di protezione a contemplare l’immensità della forza sprigionata dalla corrente ed intanto fragore di tuono sonoro, tra ondate spumeggianti che vedi innalzarsi all’improvviso come geyser furiosi, percorre rapida l’angusto tracciato, ma sazia di sostare tra il verde fogliame stillante e rilucente e respirare di primo mattino in una natura aurorale ed accogliente, appena destata dai primi raggi del pallido sole.


L’unica strada asfaltata che abbiamo percorso è stata quella che da Kampla raggiunge Masindi. Poi siamo penetrati all’interno del Murchison Park e qui è stato gioco forza battere piste sterrate e dunque, subire gli strattono e gli scossoni causati dalle buche, sassi, dossi continui ed improvvisi. Usciti dal parco tuttavia la situazione non è apparsa affatto migliore. La strada che porta a sud alla volta di Fort Portal, per lo meno nei tratti che abbiamo attraversato noi, è in gran parte sterrata quanto le piste del parco che abbiamo abbandonato. In più la giornata si è presentata fin dalla notte nuvolosa, umida e molto piovosa. Ciò ha significato incontrare lungo il cammino interi percorsi sommersi da fanghiglia e acquitrini. I villaggi attraversati affogano nel fango, molle e scivoloso, e strade e marciapiedi erano un tutt’uno di terreno battuto, impraticabile e pieno di pozzanghere. Le stesse abitazioni grondavano di acqua lungo i muri esterni scrostati: convogliati dai tetti di lamiera divenuti grondaie, i rigagnoli di acqua si riversavano a terra, gocciolando ed alimentando il già consistente pantano.

Subito dopo Hoima, intorno alle 16 circa, il nostro viaggio si è bruscamente interrotto di fronte ad una lunga fila di autoveicoli fermi nel bel mezzo della strada. Scesi dal bus ed arrancando nel fango alcuni di noi hanno appreso la ragione di quella sosta forzata: la pioggia abbondante aveva reso impraticabile la via stretta e leggermente in salita; il terreno viscido e cedevole rendeva impossibile la marcia ai veicoli più pesanti ed ingombranti, che sdrucciolavano ed affondavano nel fango. Abbiamo subito capito che la permanenza sul posto non sarebbe stata di breve durata e ci siamo preparati a sopportare il disagio di una lunga attesa. Intanto, una frotta di bambini ricciuti, completamente scalzi affondano fino ai polpacci nella poltiglia di fango, si andava assiepando, immediatamente incuriosita, attorno alla porta aperta del nostro bus. Alcuni di noi hanno cominciato a distribuire indumenti, matite e giocattoli; i piccoli ed i piccolissimi facevano a gara ad accaparrarsi questi doni. Sul far della sera la nostra realtà non mutava e, mentre tutti i bambini si dileguavano nel buio che avanzava, dopo aver dato fondo alle nostre modeste riserve di dolciumi di scorta, ci siamo rassegnati a trascorrere la notte sistemati alla meglio nell’angusto abitacolo del nostro pulmino, per di più, al buio appena appena rischiarato di tanto in tanto da qualche minuscola torcia di fortuna che avevamo con noi. Costatavamo d’altra parte l’impossibilità materiale di proseguire il viaggio, a causa di un camion che ci precedeva e che, durante una delle tante manovre per disincagliarlo dal fango, si era posizionato di traverso ammezzo a quella specie di strada. Per fortuna, tutti abbiamo preso con filosofia la situazione e, benché fossimo digiuni e dovessimo sopperire alle nostre necessità fisiologiche all’aria aperta, dietro al bus, non abbiamo perso il buonumore ed intorno alle 22.00 circa, avvolti da un buoi fittissimo, abbiamo tentato di schiacciare un sonnellino, togliendoci le scarpe infangate ed allungando come potevamo le gambe sotto i sedili, nel poco spazio lasciato libero da zaini e borse.

L’alba ci ha sorpreso ancora lì con il camion inamovibile davanti in uno scenario semplicemente allucinante: dappertutto fango, montagnole di fango molle e scivoloso dove ad ogni passo rischiavi di affondare e ruzzolare. Di buon mattino si sono ripetute le scene del giorno avanti con i bambini più desti e vispi che mai, e la folla di curiosi e sfaccendati in attesa come noi dei eventi fausti. I quali, però, tardavano a verificarsi, se è vero che intorno alle 10 eravamo ancora lì ad osservare chi spalava il fango sotto le ruote del camion, chi vi ammonticchiava sassi per produrre attrito, chi spingeva da dietro il veicolo all’accendersi del motore, per aumentarne la carica propulsiva, chi infine in piedi o seduto sui propri talloni si godeva la scena degli sforzi altrui, sostando sui bordi erbosi. Sul dosso si avanza lentamente mentre una coda di nuovi veicoli sopraggiunti si incolonnata, forzatamente disciplinata, dietro di noi e nelle more dell’attesa, mentre una parte del nostro gruppo si allontanava dalla macchina alla ricerca di generi di conforto con cui placare i orsi della fame crescente, un improvvisato ma provvidenziale venditore ambulante di frittelle dolci miracolosamente sbucato dal nulla, faceva affari d’oro con la folla in attesa, distribuendo pacchetti ricolmi di quella fragrante delizia. Affamata, quando ne ho percepito il profumo esalare dall’involucro aperto acquistato dal nostro autista, mi sono subito precipitata da lui, ne ho fatto incetta di una voluminosa confezione che, in parte ho divorato famelica insieme ai compagni rimasti con me, in parte ho regalato ad alcuni di quei bambini che stazionavano in attesa accanto al bus. Dopo un lungo calvario che ha occupato buona parte del corso della mattina, tutta la complicata situazione si è finalmente sbloccata miracolosamente alle 11 nel sollievo generale, mentre il sole faceva di nuovo capolino nel cielo tornato sereno.

Ai piedi del Ruwenzori il paesaggio è molto verde. Estesi campi smeraldini, coltivati a tè e piccoli appezzamenti ordinati, a quadrati dalla perfetta geometria, lasciano presto il posto a foreste intricatissime e fittissime dove gli animali vivono in completa libertà e assoluta protezione.

Il trekking al Bigodi Wetland Sanctuary e quello alla vicina Kibale Forest ci hanno consentito un contatto diretto con varie specie di primati. Il primo ci ha avvicinato alle piccole scimmie dalla coda rossa, a quelle dal mantello bianco e nero e a quelle dal collare verde, tutte in ogni caso “aeree” perché si divertivano ad intrecciare voli acrobatici saltando agilmente da un ramo all’altro degli alberi, alti e densi di fronde. E’ stato molto entusiasmante seguirle con il binocolo nelle loro fantasiose acrobazie, o quando si dondolavano pigre, appese ad un arto, come se facessero l’altalena. E poi, nell’adiacente palude, un duplice filare di sottilissimi ed eterei papiri facevano ala, coi loro ombrelli aperti, al nostro passaggio e ci promuovevano sul campo a dignitari di un’antica corte faraonica. E ancora fiori intensamente vermigli e strani, grossi lombrichi striati di giallo e di nero, e chiocciole giganti ci rivelavano un mondo straordinario, dove la vita pulsa ed assume forme inusitate e bizzarre.

La passeggiata nella foresta di Kibale ci ha regalato l’emozione di più incontri ravvicinati con i massicci, rumorosi, chiacchieroni, indisciplinati scimpanzé: hanno il mantello bruno e lucente, e tratti del volto,come bocca e orecchie, rosati; li abbiamo incrociati sia da soli, sia in coppia. La foresta risuonava dei loro ripetuti, acuti e a volte striduli richiami e questo particolare ci segnalava la loro presenza nei paraggi, quando erano ancora avvolti e nascosti nel fitto fogliame. Alcuni stazionavano, quasi immobili, sull’umido terreno o su qualche o su qualche basso tronco del sottobosco, intenti a consumare, indifferenti, il loro pasto di tenere foglie e gracili germogli; altri correvano invece velocissimi, inseguendosi a vicenda tra i rami e gli arbusti, scambiandosi versi e grida laceranti che scuotevano la quiete diffusa del bosco; altri passeggiavano per la foresta avanzando pesanti e corpulenti, e fermandosi, di tanto in tanto, per la sosta ristoratrice; altri infine se ne stavano appollaiati sugli alti rami degli alberi, a malapena visibili, e d intenzionati a non concedersi più di tanto alla nostra crescente curiosità. Averli però spesso così a portata di mano nella loro dimensione naturale più autentica e libera, è stato incredibilmente emozionante ed alla fine dell’escursione siamo tornati alla base arricchiti di un’esperienza unica ed indimenticabile.

Quasi a salutarci, infine, quando ci stavamo allontanando dalla foresta, ci è venuta incontro un’intera colonia di babbuini che, probabilmente affamati, non disdegnavano il contatto con gli umani, se questi si rivelano prudenti e generosi. Protetti dal bus, alcuni di noi hanno offerto loro un’appetitosa banana che, acciuffata al volo dal più forte, vigile e determinato, ha indotto tutto il clan a fare subito capolino guardingo tra i cespugli, ad accorrere di conseguenza, presto a capannello, accomodandosi comodamente sulla coda, o drizzandosi seduti a mani conserte sul ventre, in attesa di nuovi eventi loro propizi; così sistemati mi davano l’impressione di essere tante vecchie, rugose zitelle ficcanaso, in procinto di spettegolare e trinciare giudizi malevoli, a mezza voce, sui passanti occasionali, in un improvvisato salotto naturale privo di agenti di disturbo. Sazi dello spettacolo che offrivamo loro, ma probabilmente stufi di ricevere a vuoto richiami e versi, non accompagnati da nuove offerte di leccornie, e dunque delusi nelle aspettative, rassegnati, alla fine si sono scocciati di noi e, senza preavviso, si sono fulmineamente dileguati nel fondo della boscaglia, mentre noi abbiamo lasciato, ancora più eccitati, il parco favoloso.


Non molto distante dal confine con la Repubblica Democratica del Congo, si apre il Queen Elisbeth Nationa Park che, fin dall’inizio che lo percorri, ti ammalia prepotentemente col suo fascino sottile. Qui il paesaggio muta di colpo e ti fa vivere, anzitutto, le emozioni della savana aperta. Il colore dominante è biondo paglia della vasta prateria dove l’erba alta nasconde ad ogni piè sospinto agguati e insidie, nonché fulminei inseguimenti. I numerosi alberi di euforbia ombrellifera dai lunghi rami carnosi e dentellati svettanti verso il cielo, di grandiose acacie o di fico, habitat questi ultimi dove si arrampicano i leoni, nonché i densi cespugli ed i fitti arbusti, punteggiano con una macchia di colore verde intenso la riarsa pianura che all’improvviso si anima di vita e pulsa di rinnovato vigore. Elefanti, bufali, facoceri, babbuini, cobi dell’Uganda, antilopi di varie specie hanno accompagnato sempre vigili e attenti il nostro vagabondare sulle piste sassose interrompendo il pasto al subito apparire del nuovo venuto, rizzando repentinamente il capo, perplessi ed in perenne allerta, guardandosi intorno ed osservando lo strano parente a quattro ruote che si fermava di botto davanti a loro, rinculava adagio, avanzava di nuovo, si spostava finché non si allontanava pacifico ed innocuo. E così la vita ritornava ai suoi ritmi serrati di sempre, ai suoi cicli perenni e alle sue stagioni infinite. Anche la palude lacustre è tutto un pulsare chiassoso di versi e richiami, arcani e diffusi.

L’escursione in barca lungo il Kazinga Channel ti offre lo spettacolo sempre nuovo dell’abbeverata collettiva e, mentre ti accosti in prossimità della riva, è tutto un alzarsi in volo, repentino e fugace, gli uccelli dal becco rosso e dal piumaggio color nocciola sul dorso, ma candido sul collo e sul ventre, che intrecciano aerei ghirigori in fitti stormi compatti, tra un incessante sbattere d’ali sonoro e musicale. E poi aironi, anatre, pellicani, cicogne, ibis, gru e fenicotteri affollano in frotte le liquide rive erbose del canale dove, per altro, pascolano languide mandrie di bufali, coronati di spesse corna spioventi ricurve, o si aggirano flemmatici drappelli di maestosi elefanti dalle enorme orecchie a sventola e dalle poderose zanne d’avorio, o fraseggiano rumorosamente tra loro, tra uno sboffo e l’altro, lanciato sul pelo dell’acqua, pingui, tozzi, sferici, obesi ippopotami, mai sazi di frugare tra l’erba, che stazionano all’asciutto o di galleggiare leggeri tra i gorghi quando decidono di starsene a mollo. E padroni incontratati di molte cose umide, tu vedi confondersi nella ripa melmosa, fra le piante acquatiche e gli anfratti,camaleontici coccodrilli che se ne stanno immobili a tendere agguati mortali o si aggirano insaziabili e famelici, con le minacciose fauci dentate tutte spalancate pronti a sparire tuttavia con un tuffo repentino nelle zone acquitrinose intorno al lago se turbati dalla presenza di intrusi. Ed infine non mancano i piccoli laghi salati,ospitati in antichi crateri vulcanici, dove si effettua la raccolta del sale. Essa è affidata alle donne del posto che la compiono a mano, immerse a mezza gamba nella pericolosa acqua ad alto contenuto salino, per un salario bassissimo. Prima dall’alto ed in seguito da vicino, abbiamo ammirato la geometri del paesaggio del cratere, diviso in piccole piscine d’estrazione private, e ci siamo soffermati lungo i bordi di questo fitto reticolato di vasche comunicanti dove l’acqua evaporando lascia condensare il prezioso minerale, che se bianco è destinato all’alimentazione umana, quello nero viene utilizzato per il bestiame. Che scrigno prezioso questo parco Queen Elisabeth!

L’incontro con i gorilla di montagna del Bwindi Impenetrabile Forest National Park è stato per me, ma anche per tutto il gruppo, indubbiamente un evento eccezionale ed irripetibile. Adeguatamente vestiti e calzati, di buon mattino accompagnati da solerti ranger e preceduti da esperti battitori scout, ci siamo incamminati per gli angusti e tortuosi sentieri che, a tornanti successivi, ci hanno condotto su per la montagna alla ricerca di questi fantastici animali. Alleggerita dal peso dello zaino ricolmo di provviste di acqua e di cibo, che ho affidato ad un vigoroso, agile e giovane portatore del posto, e da lui sapientemente guidata, a tratti rudemente strattonata ma sempre sostenuta per mano dove la pendenza del terreno era più accentuata, acuta e sensibile, ho dato ali alle gambe, ed ho percorso abbastanza agevolmente questa impegnativa arrampicata mattutina. Ogni tanto i ranger si fermavano, ci facevano riprendere fiato e ristoro alle gambe spossate, ci sollecitavano a bere copiose sorsate d’acqua, ci davano il tempo di detergerci il sudore che, a fiotti e a rivoli, ci scorreva lungo il volto e ci inzuppava il tronco e la schiena; così, lentamente ma costantemente, abbiamo guadagnato l’alta quota, inoltrandoci sempre più nel fitto della foresta equatoriale che era così intricata e impenetrabile da far appena trapelare i pallidi raggi del sole. Il terreno era abbastanza sdrucciolevole sotto i piedi ed in diversi casi era stato reso alquanto scivoloso dalla recente pioggia del giorno avanti. Grazia all’aiuto del mio intrepido giovane amico ugandese ed al bastone di fortuna che una compagna del gruppo mi aveva provvidenzialmente procurato, ho compiuto, con una certa facilità, il percorso lungo il sentiero tracciato. Ad un certo punto, tuttavia, su indicazione dei battitori, i battitori ci hanno fatto cambiare direzione e siamo tornati indietro sui nostri passi perché gli animali nel frattempo si erano spostati; siamo stati costretti,pertanto, a lasciare il sentiero battuto e ad avanzare nel pieno della foresta su un terreno molto più accidentato ed impervio rispetto al precedente, tutto in ripida salita, lungo il costone verticale della montagna, in mezzo agli alberi fitti, alla rigogliosa vegetazione spontanea, agli arbusti ed ai cespugli spinosi, alle liane a ragnatela, ai tronchi madidi di pioggia e ricoperti da muschio scivoloso, dove perdevi la presa e l’appiglio. Per un breve tratto di quella difficoltosa avanzata sono stata guidata e sorretta dalla poderosa stretta del ragazzo che mi accompagnava, che mi tirava per il braccio e mi costringeva a procedere, calcando le sue orme man mano che salivamo; quando ad un certo punto, in prossimità degli animali, l’ascensione collettiva si è irrimediabilmente bloccata, i portatori ci hanno lasciato e siamo stati costretti ad avanzare da soli, scortati solo dai ranger. Per un attimo mi sono sentita improvvisamente perduta, ho disperato sinceramente la meta agognata, sono stata preda del disappunto e dello scoraggiamento di non poter osservare da vicino i gorilla, perché vedevo davanti a me questa parete montuosa ergersi come invalicabile ed inaccessibile barriera che mi precludeva irrimediabilmente ed inesorabilmente l’accesso alla contemplazione di quei rari e magnifici esemplari. Con uno scatto di orgoglio tuttavia ho deciso di avanzare ugualmente e quasi strisciando sul terreno infido ho adoperato le mani, i gomiti, le ginocchia, i piedi, per aggrapparmi con tutte le mie forse agli arbusti più resistenti, alle felci più folte e ai tronchi più robusti, nonché alle mani generose tese da quei compagni occasionali, provenienti dalle parti più disperate del mondo; e solo così sono riuscita a risalire la china ed a raggiungere, seppur a fatica, un equilibrio che per quanto instabile, mi permettesse comunque di “vedere”.

E finalmente ho visto, ho contemplato la magnificenza di quei nostri lontani, ma non troppo, cugini. Se ne stavano sdraiati sulla schiena pacifici e mansueti, timidi e quieti, intenti a consumare il loro pasto quotidiano di foglie e germogli. Erano enormi e massicci, avevano teste voluminose ed occhi decisamente buoni, mani pronunziate con cui strappavano i ramoscelli più teneri, che poi portavano alla bocca. Ogni tanto si muovevano e noi ne seguivamo gli spostamenti, arrancando su di un terreno scivoloso ed affondando tra gli arbusti ed il fogliame che abbondavano sul pendio scosceso, obliquo e cedevole. Ad un tratto ha fatto la sua comparsa un silverback, il capobranco, con la sua immensa mole e la sua possente schiena inargentata, per niente turbato dalla nostra invadente presenza. Questi gorilla sono abituati agli umani e sembrano accettarli e gradirli. Siamo stati più di un’ora in loro compagnia e la distanza era davvero ravvicinata. I ranger ci spianavano la strada a colpi di macete e d abbattevano rami e liane che ci ostruivano la visione nitida di quelle fantastiche e mitiche creature; e poi ci sorreggevano nelle ardue salite e nelle repentine discese si preoccupavano che il drappello degli 8 escursionisti loro affidati rimanesse compatto e privo di dispersi; insomma, pilotavano abilmente i movimenti di tutti.

Quando, alla fine dello “spettacolo”, ci hanno suggerito di lasciare in pace nel loro habitat naturale gli animali, non senza qualche difficoltà abbiamo raggiunto i nuovi portatori che ci aspettavano più in basso con tutti i nostri bagagli ed abbiamo ripreso la marcia per il rientro. Ed anche in questa circostanza al momento della discesa mi è stato preziosissimo il mio giovane portatore che non mi ha lasciato un attimo sola che, con una premura ed una sollecitudine davvero encomiabile, mi ha ripreso per la mano e mi ha agevolato il cammino per i tornanti ripidi, stretti,ed infidi a tratti scavalcati durante la salita, ma ancor più perigliosi ora che dovevamo percorrere la sdrucciolevole discesa. E così, sotto buona scorta siamo arrivati al campo base, gratificati da un’esperienza naturalistica e soprattutto umana, ricca ed emozionante.


Siamo stati ospiti del Gorilla Resort, completamente immerso nel cuore della foresta di Bwindi. Il nostro arrivo è stato salutato molto festosamente dagli straordinari alunni della scuola del posto che ci hanno riservato la gradita ed inaspettata sorpresa di intrattenerci, per lungo tempo, coi loro canti orecchiabili e le loro indiavolate danze tradizionali. Al ritmo frenetico di sonori strumenti a percussione, tra cui vistosi tamburi che troneggiavano ai bordi dell’ampia sala, che ci accoglieva seduti in comode poltroncine, ragazze e ragazzi carichi di entusiasmo, ed animati da una foga impetuosa e travolgente, hanno profuso tutte le loro energie per animare uno spettacolo folcloristico ricco ed ampliamente variegato. Piroette, girotondi, capriole, salti, in alcuni casi veramente acrobatici, hanno animato i vari quadri rappresentati, tra i quali non potevano mancare riferimenti ai tanto amati e preziosi gorilla. Alla fine ci hanno proposto loro originali creazioni artigianali, nonché un’infinità di coloratissimi disegni, frutto della loro creatività, della loro fantasia e del loro estro. E volentieri ci siamo aggirati a lungo tra i manufatti esposti, scegliendo quelli che più ci piacevano e regalando ai piccoli autori la gioia di una foto ricordo con la loro artistica creatura ben in vista.

In un pomeriggio abbiamo fatto visita al vicino villaggio di Buhoma. Qui giunti siamo stati accolti dal medico stregone della comunità che, dopo aver indossato una specie dei gilet e uno strano copricapo a larghe falde di indefinibile pelo animale, ed aver assunto una compunta aria professionale, ci ha illustrato le priorità di varie erbe, a noi sconosciute ma da lui utilizzate per favorire la guarigione dei più comuni e più frequenti malanni. Ci ha intrattenuti affabilmente per qualche tempo all’interno del suo “regno”, a metà tra una sorta di rustico laboratorio e di accogliente, seppur primitivo e rudimentale, auditorium, illustrandoci tecniche di preparazione naturale di estratti e pozioni vegetali medicamentosi, nonché mostrandoci esemplari di piante, foglie, arbusti e fiori da cui egli ricava le sue preziose ed arcane ricette. Dopo averlo ascoltato attentamente in silenzio, abbiamo preso congedo da lui e ci siamo diretti all’interno del villaggio, nei pressi di un fiorente bananeto, dove ci sono state illustrate le diverse varietà di banane coltivate e l’utilizzazione diversificata che si fa della pianta.

In seguito, siamo passati a visitare i locali di una scuola primaria, frequentata dai bambini della comunità e dalle parole del suo direttore abbiamo appreso obiettivi, finalità e programmi dell’azione didattica, nonché le materie dell’insegnamento impartito ai piccoli discepoli. Mi ha fatto molto riflettere constatare quanto rilevante sia il numero degli allievi destinati a ciascuna classe, particolare che provocherebbe quantomeno una scandalizzata e chiassosa levata di scudi da parte degli agguerriti sindacati nostrani dei docenti. A coronamento della visita del villaggi alla cui scuola alcuni di noi hanno regalato quaderni, cappellini colorati, un pallone e due reti per mettere su un campetto di calcio, ci ha allietato la festa improvvisata di una piccola comunità di pigmei che, costretti in tempi recenti a lasciare la foresta, loro dimora abituale, quando è stato costruito il parco nazionale di Bwindi, oggi vivono quasi del tutto integrati nel tessuto sociale locale, ma ci tengono comunque a tenere vive le loro tradizioni e a far sopravvivere la loro cultura, che stanno trasformando in attrazione turistica per visitatori di passaggio, a cui per altro propongono loro originali manufatti ed oggetti di artigianato, anche di pregevole fattura, come maschere ed artistiche sculture in legno, confezionati tutti con i materiali poveri di cui dispongono. E fatti gli acquisti rituali li abbiamo clamorosamente salutati, per riprendere senza indugi il nostro itinerario su orribili strade sterrate di montagna, pessime ed assolutamente impraticabili che, tra sobbalzi, urti, spintoni e violente oscillazioni a ripetizione, niente affatto attutiti dalle nostre colonne vertebrali, ci hanno portato intorno ai 2.500 metri di altitudine; lungo il cammino abbiamo trovato nuovi ostacoli imprevisti, con ulteriori ragioni di soste forzate, per fortuna questa volta non prolungate abbiamo incrociato automezzi di limitati posti a sedere, stipati zeppi, al contrario, di persone trasportate in piedi sulla precaria piattaforma scoperta, ma abbiamo incontrato spessissimo dall’aperto sorriso contagioso che, pur no conoscendoci affatto, al nostro apparire, ci venivano incontro di corsa sulla strada, ci facevano grandi feste già da lontano, si sbracciavano con ambedue le palme aperte delle mani per porgerci saluti calorosi e, tutto, solo per il piacere di avere avuto l’occasione rara di un contatto, fugace e repentino, con degli ospiti sconosciuti dalla pelle bianca, venuti da molto lontano per visitare il loro remoto Paese. Che gente straordinaria racchiude l’Africa! Più la visito e più mi convinco che c’è una ricchezza interiore ineguagliabile che, qui, sopravvive un tesoro di umanità sempre più raro nel nostro mondo alienato che, qui, è ancora possibile nei gesti, nelle parole, nei comportamenti, una semplicità, un’immediatezza, una genuinità, un’autenticità, insomma, una “verità” non ancora ammantata di spesse corazze di indifferenza e di ipocrisia, non ancora celata da maschere ambigue, non ancora soffocata e resa sorda da egoismi e miserie: questa è “terra vergine”, ancora immune, mi pare, da devastante inquinamento mentale, ancora capace di essere spontaneamente se stessa, e di rivelarsi sempre generosa, fraterna e solidale nella sua estrema indigenza e povertà. Che gente stupenda vive in Africa!!

Il nostro ingresso in Rwanda è stato abbastanza agevole e tutto sommato alquanto velocemente abbiamo espletato le numerose formalità di rito al passaggi della frontiera. Per le strade che qui mi sono apparse più frequentemente asfaltate e scorrevoli, si sono ripetute scene ormai consuete: molta gente a piedi o in bicicletta; molti contadini intenti a lavorare nei campi, curvi su zappe e badili; marciapiedi sterrati ove si affacciano case dalla foggia “ugandese”, fatte anche qui di mattoni, paglia e fango, coperte da tetti di lamiera e dotate sul davanti di tettoie spioventi sorrette da pali; moltissimi bambini, anche qui a piedi nudi, ma sempre pronti a far festa al nostro apparire e al nostro passaggio; molte donne indaffarate che riescono a camminare svelte nonostante il pesante carico trasportato sulla testa, unito spesso sulle spalle al dolce fardello di un piccolo neonato sognante o addormentato; ragazzi, giovani, uomini maturi, anziani, tutti presi dalla curiosità delle nostre facce nuove, desiderosi in qualche caso di conoscere la nostra provenienza, pronti non di rado a d interrompere giochi o occupazioni, ad accorrere a far capannello intorno a noi, se passavamo per la strada o ci fermavamo per una sosta.

L’Africa che abbiamo attraversato è racchiusa tutta in questi incontri ravvicinati, in questi sguardi penetranti, in queste scene ripetute, in questi contatto fugaci, ma pieni e fecondi, in questi flash di immagini che resteranno indelebili nella memoria e nel ricordo.

E poi la natura, anche la natura gioca un ruolo pregnante. Nel Parc National des Volcans ci ha consentito di esplorare a piedi la foresta che in buona parte è costituita di alberi di bambù. Non mi era mai capitato finora di mettere piede nel suo denso intrico di tronchi verdissimi, fitti, tutti perfettamente allineati, tutti perfettamente cilindrici, così eleganti e snelli, lisci, levigati e svettanti, da somigliare da tante canne verticali di un immaginario e fantastico organo sonoro, magistralmente disposte in fila, sagomate e assembrale dalla mano sapiente di un abilissimo e raffinatissimo artigiano. Questo è il regno delle scimmie dorate, di una nutrita colonia delle quali abbiamo goduto a lungo lo spettacolo di salti, rincorse, fughe, evoluzioni funambolesche e acrobatiche. Queste simpaticissime creature, se osservate da vicino come è capitato a noi, tradiscono una lunga coda prensile, una faccina buffamente barbuta ed occhietti vispi, vivacissimi e mobilissimi. Alcune hanno un mantello castano dai lucidi riflessi ambrati, altre mi sono apparse di un colore più scuro, più tendente al marrone, mescolato a toni di grigio. Tutte in ogni caso saltavano disinvoltamente leggerissime, agili, irrequiete e veloci tra i rami intricati degli alberi; da sole, in coppia o in gruppo; altre si fermavano più a lungo su un ramo o su un tronco, per assaporare teneri germogli; altre assumevano posizioni bizzarre o giocavano tra loro come se improvvisassero una danza o una lotta. Anche questa volta non mi sono stancata di stare a lungo col naso all’insù, ad osservare animali che possono godere la felicità di essere liberi e spontanei nel loro ambiente naturale. E davvero a malincuore mi sono allontanata dall’impervia e labirintica foresta, quando il ranger ci ha fatto capire che era giunto il momento di riguadagnare la via del ritorno.

Il Rwanda che ci ha accolto, cioè la parte nord-occidentale, confinante con Uganda e Repubblica Democratica del Congo, in anni abbastanza recenti è stato teatro di feroci fatti di sangue tra tribù rivali. Questa è terra di Tutsi e Hutu, di odi senza fine, di immani rappresaglie reciproche tra etnie diverse, nonostante il comune ceppo colturale e la medesima lingua parlata, di miopi privilegi, come la carta d'identità etnica concessa dai rapaci colonizzatori bianchi, sempre succubi della logica del "divide et impera", ai primi, esiguo popolo "superiore" favorito e, di conseguenza, inevitabili risentimenti, a lungo covati e repressi, dei secondi, bacino maggioritario di forza lavoro discriminata. All'indomani dell'indipendenza ottenuta dal Belgio nel 1962, gli Hutu, la maggioranza dei rwandesi, in rivolta contro la classe dirigenti Tutsi, riuscirono a prendere le redini della vita pubblica nella nascente nazione e, sebbene lacerati da faide intestine, ressero le sorti del Paese fino al 1994, quando un attentato provocò la morte violenta del presidente hutu Habyarimana ed innescò la scintilla del genocidio. I Tutsi che erano all'opposizione furono indicati quali responsabili del tragico evento e come tali perseguitati, sterminati, fatti letteralmente a pezzi a colpi di machete, senza pietà e senza distinzione tra uomini, donne e bambini. La carneficina spesso coinvolse tra le vittime anche hutu moderati o legati da vincoli familiari a persone di etnia tutsi. Nell'arco di tre mesi, fra l'aprile ed il luglio del '94, bande di estremisti hutu seminavano il terrore, la morte e la distruzione nel Paese. Il genocidio,il terzo del'900, dopo quello degli armeni e degli ebrei, accuratamente pianificato nelle alte sfere del governo, guidato da miliziani interhamwe fedeli al presidente assassinato, rinfocolato e fomentato dai media locali, come giornali e radio, che istigavano apertamente e sistematicamente all'odio razziale, nel disinteresse quasi assoluto della comunità internazionale, ha visto la partecipazione di gente comune, di amici, di vicini di casa. Per cento giorni si susseguirono eccidi e barbarie di ogni genere, tali da provocare lo sterminio di circa un milione di cittadini rwandesi, lo stupro di centinaia di migliaia di donne e la solitudine tragica di centinaia di migliaia di bambini rimasti orfani e senza famiglia, nonché la fuga di milioni di persone che, in seguito, per anni hanno vissuto in campi profughi in condizioni proibitive e disumane e tra grandi sofferenze. Quando, nel luglio del'94, i tutsi ebbero il sopravvento sulle milizie hutu e conquistarono la capitale Kigali, il Paese "delle mille colline" era letteralmente in ginocchio. Difficile fu il ritorno alla "normalità", senza ricorrere ancora una volta alla violenza: difficile fu stabilire i responsabili del genocidio, difficile processarli, perché spesso rifugiati all'estero e protetti dall'assenza di trattati bilaterali di estradizione internazionale; difficile per mancanza di giudici, di avvocati, di cancellieri, gestire quanti affollavano le carceri in attesa di giudizio; difficile pilotare il rimpatrio, più o meno forzato, di un milione circa di profughi hutu, fuggiti dal Rwanda per paura di rappresaglie tutsi e rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire, senza scatenare rivolte caotiche e violente sui tutsi sopravvissuti che intanto ne avevano occupate terre e villaggi; difficile infine ottenere il rientro disarmato,dalla stessa area di confine di quei miliziani estremisti, responsabili delle stragi e degli eccidi, compiuti nei tre mesi terribili. Tra la fine del '94 e il 2000 le tensioni non cessarono. Tuttavia, in quell'anno fu eletto Presidente della Repubblica il generale tutsi Paul Kagame che, non senza ricorrere alla violenza, era riuscito nel '94 a porre fine ai massacri; nel 2003 la sua riconferma ai vertici dello Stato, con un risultato (staliniano) del 95% dei suffragi a favore, ha gettato, inevitabilmente, un'ombra pesante sulla reale intenzione della classe dirigente, attualmente ancora al potere, di rendere concreto il serio desiderio generale di una riappacificazione tra le due etnie. Infatti, dall'anno del genocidio, il Paese è gestito in un clima psicologico fondato sulla logica di vincitori-vittime-innocenti da una parte, contro perdenti-carnefici-colpevoli dall'altra: si perseguirono i genocidari contro i tutsi, ma un tabù enorme pesa sui crimini commessi dagli stessi tutsi ai danni degli hutu. Anche i gacaca, i tribunali tradizionali rwandesi, dove la giustizia veniva amministrata dai saggi all'ombra di un albero non sono apparsi sempre meccanismi di aiuto per consentire al Paese di superare il proprio passato traumatizzante, e porre fine alla cultura dell'impunità. Tuttavia, nel concedere a più di 700 prigionieri di lavorare alle costruzioni delle strade come pena alternativa alla detenzione in carcere, in cambio di confessione del reato, i gacaca hanno tentato di avviare un lento, ma ci sia augura costante, processo verso la riconciliazione nazionale. A distanza di anni da genocidio la situazione in Rwanda è ancora drammatica: sono decine di migliaia le vedove, molte stuprate ed oggi sieropositive, che continuano a soffrire i danni della guerra; sono centinaia di migliaia gli orfani che, costretti ad abbandonare la scuola ed a sopperire alle necessità della famiglia, sopravvivono di espedienti. Ma è soprattutto il virus dell'AIDS che è diventato una calamità ed un flagello nazionale e falcidia vittime innocenti senza distinzione di etnia. Sul piano politico intanto non sono pochi gli oppositori di Kagame: diversi militano informazioni più o meno tollerate dal governo, ma diversi sono anche i dissenzienti all'interno dello stesso partito del Presidente, ostili all'arroganza del regime, perché emarginati: il problema di oggi è che tutti gli scontenti, di qualunque parte essi siano, non sono tutt'ora in grado di presentare un'alternativa credibile al "regno" di un generale che nasconde più di uno scheletro nei propri armadi.

Diretti alla volta di Gisengi, cittadina turistica situata sulle sponde del Lago Kivu, a metàtra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, lungo il percorso ci siamo fermati presso due orfanotrofi dove vengono ospitati quelli che mi sono apparsi come “figli di un Dio minore”. Il primo lo abbiamo trovato a fatica dopo aver percorso un’orribile strada interna interamente sterrata, molto frequentata però dai residenti del posto che abbiamo visto affannarsi attorno ad un pozzo-fontanella, ove attingevano l’acqua con cui colmavano capienti taniche gialle, che poi trasportavano, pesanti ed ingombranti sul capo o poggiate sulla schiena e trattenute da cinghie tese avvolte intorno alla testa. Quando ci siamo fermati per riprendere la scena il bus è stato letteralmente circondato da una marea umana insistentemente questuante, che faceva a spintoni reciproci per accaparrarsi le nostre bottiglie vuote di acqua minerale. Alla fine abbiamo raggiunto l’istituto che cercavamo, che occupa tra fabbricati ridenti e vasti giardini ricolmi di fiori multicolori ed aree incolte, circa 50 ettari di terreno. Originariamente questo posto era dimora fissa, dopo il suo trasferimento in Rwanda, di una facoltosa signora inglese, Rose Carr, moglie di un cittadino americano con l’hobby di fare l’esploratore, che amando tantissimo l’Africa aveva trasferito da queste parti la sua residenza abituale. Amica sincera di Diane Fossey, la famosa zoologa californiana studiosa dei comportamenti dei gorilla, l’accoglieva spesso nella sua casa, offrendole un’oasi di tranquillità e pace, ove portare avanti i suoi studi e le sue ricerche su questi preziosi e rari animali. Forzatamente evacuata come cittadina straniera allo scatenarsi del genocidio, aveva fatto ritorno nella sua proprietà ruandese appena la situazione generale glie lo aveva consentito. Vivamente toccata dagli strascichi dolorosi che i tragici fatti di sangue avevano inevitabilmente originato con se, subito dopo il rientro ha deciso di offrire parte della sua dimora a molti di quei ragazzi che, sopravvissuti alla generale carneficina, erano rimasti irrimediabilmente privi di parenti più prossimi e completamente in balia di se stessi. Tuttavia, il numero crescente di giovanissimo che bussavano con insistenza alla sua porta con la richiesta di un ricovero ospitale, le ha suggerito di utilizzare alcuni vasti locali, destinati in origine ad essiccatoi, a provvisori dormitori, in attesa di costruire nuovi edifici più idonei a quella destinazione.

Oggi l’orfanotrofio ospita una novantina circa di adolescenti, i quali hanno la possibilità di frequentare, all’interno dell’istituto, anzitutto una scuola primaria, aperta per altro al territorio e, per tanto frequentata come istituzione pubblica dai ragazzi del circondario che hanno una famiglia di appoggio; se poi sono anche promettenti l’orfanotrofio provvede ad assicurare loro studi superiori da condurre in strutture scolastico specializzate esterne. Tuttavia, come ci hanno palesato gli attuali gestori che hanno fatto del volontariato una scelta di vita, il complesso dopo la morte della benefattrice, nel 2006, ha cominciato in un periodo di crisi crescente per carenza di finanziamenti e, per quanto possa contare su una relativa ricaduta economica determinata dal commercio dei fiori, intensamente coltivati nei giardini, non mette insieme risorse tali da poter coprire le spese di gestione. Per altro, i locali che abbiamo visitato nell’essenzialità e nella modestia delle suppellettili, ci hanno confermato che l’orfanotrofio attraversa tempi difficili: uno scarno e disadorno dormitorio ed un’ampia sala adibita contemporaneamente in parte a refettorio, in parte ad aula scolastica, in parte ad area ricreativa, è tutto quello che abbiamo visto oltre ai curati giardini, ad alcune zone del parco ed alla tomba della Carr. E consegnando del materiale di cancelleria,oltremodo gradito e ben accetto, ed un coloratissimo pallone da calcio, immediatamente monopolizzato e requisito dai ragazzi che ci erano venuti incontro, li abbiamo salutati, per riprendere la strada che ci avrebbe condotti ben presto in un posto per certi versi analogo, ma sostanzialmente molto diverso, ed almeno per me straziante e fonte di viva sofferenza.

Il secondo orfanotrofio infatti già dall’aspetto esterno si presentava molto più povero e derelitto del primo. Un vasto spiazzo sterrato dove, in un angolo appartato, sgocciolavano due rudimentali rubinetti che fingevano da fontanella a cui attingere l’acqua, introduceva attraverso un malandato portone, ad un porticato coperto che faceva da corona ad un ampio cortile invaso da infiniti panni stesi in file parallele ad asciugare al sole. Attorniati, o meglio, improvvisamente assaliti ed assediati da un numero impressionante di bambini di tutte le età, incuriositi dalla nostra presenza, dai nostri colorati monili di scarso valore, dai nostri orologi e dalle nostre fotocamere, ardentemente desiderosi di conoscere i nostri nomi e di comunicare i propri, di ricevere una carezza, un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio, o un piccolo dono, e guidati da un’anziana signora, che funge da direttrice e che ci illustrava la storia, abbiamo iniziato, a fatica ed impediti nei movimenti per l0incredibile ressa, a visitare lentamente i locali della struttura. Essa, cerata negli anni ’50, per volontà di un vescovo belga e con la cooperazione di un sacerdote locale, attualmente ospita 560 minori, tra cui non mancano persino i neonati, tuttora qui “depositati” e “parcheggiati” quando di troppo nelle famiglie di origine. Tutta la comunità riesce a stento a sopravvivere grazie a sporadici aiuti internazionali, ad interventi di benefattori occasionali, come quello di alcuni americani che hanno donato una cisterna per l’acqua, o l’impegno di alcuni belgi che hanno costruito un padiglione, nonché sulla coltivazione dei propri modesti appezzamenti di terreno, o sull’allevamento di pochi capi di bestiame, ma non può contare sui contributi statali o elargiti dalla Chiesa locale. Inoltre, tutte le persone che operano al suo interno sono volontari,molto spesso giovani dell’orfanotrofio che hanno trovato un lavoro all’esterno e destinano all’istituto il loro tempo libero. Man mano che ricevevamo queste informazioni avanzavamo nella nostra visita.

Anzitutto c’è capitato di sostare in alcuni angusti locali, assiepati di culle di fortuna, privi di aria e di luce ed a tratti soffocanti ed opprimenti, che fungevano da nursery, dove ho visto diverse giovani donne cullare, nutrire ed accudire i propri piccoli di qualche settimana o un mese. Altri bambini di pochi mesi o di un anno circa giocavano con pupazzi di stoffa, logori e sdruciti, che avevano ormai perduto irrimediabilmente le forme ed i colori originari, accollati su un ampio drappo, steso su un nudo pavimento, in compagnia, alcuni, delle loro madri, a loro volta sedute accanto a loro, intenti a distrarli o a piegare indumenti asciutti o riquadri di stoffa colorata. In un’altra stanzetta, nuda e spoglia, dove siamo dovuti entrare a turno, tanto era minuscola, alcuni piccoli,seduti in semicerchi per terra, erano intenti a sorbire lentamente sorsate di latte da tazze smaltate messe loro in mano da un’improvvisata nutrice, che distribuiva la bevanda contenuta in una capiente caraffa di plastica. All’esterno, in fondo al porticato, infine bambini di due o tre anni, stimolati da alcune assistenti, hanno improvvisato per noi una canzoncina-filastrocca festosa, accompagnando il ritmo della melodia col battere a tempo le mani piccine. E noi intanto avanzavamo stretti e pigiato come eravamo nella marea irrequieta e vivace, ma altrettanto festosa e gioiosa, dei ragazzini più grandicelli che non si allontanavano dal nostro fianco, cercavano a gara le nostre mani, per aggrapparvisi a grappoli le prendevano, se ne impossessavano, e litigavano quasi tra loro pur di non lasciare la presa, una volta conquistata, e ci accompagnavano così in questa inconsueta “passeggiata” corale. Tra la folla animata di quelle piccole creature senza famiglia, c’erano pure due albini che mi sono apparsi disorientati rispetto agli altri, forse perché non vedevano bene; a loro una nostra compagna di viaggio ha procurato occhiali da sole, mascherine e copricapi protettivi. E prendendoli poi per mano li guidava e li conduceva amorevolmente in quel turbinio di mani, di braccia, di volti, di occhi curiosi e mobilissimi. Ma c’è stato un momento in cui più che in altri, una acuta tristezza si è impadronita di me: sono stata condotta insieme ad altri nella “sezione” dedicata ai malati mentali e dagli andicappati. Nei locali, dove essi erano ricoverati, gravava una cappa plumbea, un’area fetida ed irrespirabile; alcuni giacevano immobili in un letto sfatto, altri, chiusi nel loro silenzio e nel loro dolore arcano, sembravano assenti, estranei a tutto a tutti, perso in un vuoto incolmabile ed incomunicabile. E’ stato il momento più duro, amaro e doloroso di tutta la visita che, per altro, si è snodata per camerate inzeppate di nudi, scheletrici e spettrali letti a castello, a malapena ricoperta da drappi che avevano perso il colore ed ormai stinti, nonché ambienti di varia destinazione, e si è conclusa quando sono state depositate, in una specie di infermeria sacche ricolme di latte in polvere, saponette e creme lenitive per bambini, oltre ad indumenti, scarpe e capi di vestiario destinati ad età infantili differenti che alcuni di noi avevano portato con se dall’Italia. E nella concitazione degli ultimi saluti, ho lasciato l’orfanotrofio non senza provare un forte disagio di fronte alla sorte matrigna di creature innocenti che hanno avuto la sfortuna di nascere e vivere in una luogo sconosciuto di mondo remoto ed ignorato da quelli che contano sul pianeta.

Abbiamo raggiunto Kigali percorrendo una comoda strada asfaltata, non molto ampia per la verità, ma capace di sostenere u traffico abbastanza vivace e soprattutto di autoveicoli e mezzi a motore, utilizzati come veloci taxi, dall’inconfondibile casco verde numerato dal conducente e dal passeggero trasportato a bordo. La carrozzabile è molto frequentata, vuoi per la presenza di numerose abitazioni che si affacciano e si susseguono spesso a catena, a ridosso della carreggiata, che si fanno notare per la presenza diffusa di tetti di tegole e non soltanto di lamiera, vuoi per la teoria di gente comune completamente appiedata che si sposta avanti e indietro lungo il suo tracciato. Uomini, donne,giovani e ragazzini, di sovente gravati da pesanti carichi sistemati in bilico sulla testa o sulle spalle obbligatoriamente ricurve, come cesti accatastati gli uni dentro gli altri in oscillante pila verticale, pesanti fascine, voluminosi sacchi ingombranti, capienti contenitori di plastica colorata ricolmi di generi e materiali di varia natura, la percorrono incessantemente recando in mano, non di rado, attrezzi agricoli come zappe e badili. Abbiamo visto anche molti studenti di varie fasce d’età che, indossando una divisa colorata comune, si recavano a scuola o da essa facevano ritorno al termine delle lezioni e che, per raggiungere le proprie destinazioni macinavano a piedi, agilmente e di buon passo, svariati chilometri. Non poche persone infine sfoggiavano ampi ombrelli coloratissimi per ripararsi dai raggi del sole lungo il cammino assolato.

Prima di giungere in città siamo passati da un villaggio dove era in corso un mercato generale in parte al coperto, in parte all’aperto. Ci siamo aggirati tra labirintici banchi di frutta e verdura freschissime, di svariati legumi secchi, di tessuti, di piccoli, solidi, robusti attrezzi agricoli, che hanno fatto la gioia di alcuni di noi con l’hobby del giardinaggio, e quant’altro, sconfinando presto negli spazi aperti, dove piccoli artigiani come vetusti ombrellai, laboriosi sarti armati di antidiluviali macchine da cucire, abili calzolai alle prese con le suole, colla e chiodini, nonché elettrotecnici ed esperti di elettronica che armeggiavano con infinita pazienza rispettivamente gli uni davanti ad arcaici apparecchi radiofonici squartati e sventrati e gli altri davanti a moderni telefonini dalla foggia un po’ antiquata, offrivano prestazioni a pagamento delle proprie e del proprio mestiere a coloro che fossero nella necessità di ricorrervi per rimettere in sesto quanto si rivelasse al momento guasto e pertanto inutilizzabile e nient’affatto funzionante, ma comunque riparabile e ancora riutilizzabile.

Ripreso il nostro “fatale andare”, siamo finalmente approdati a Kigali, che è una ridente città molto animata, adagiata su colline verdeggianti, tra le quali fanno capolino tetti di tegole color terracotta. Il cento si dilata tutto in un continuo saliscendi; ha strade nel complesso in buone condizioni, salvo alcuni tratti ancora sterrati per lavori di ampliamento in corso, in ogni caso, dotate di segnaletica frequente e semafori funzionanti, nonché di marciapiedi ben definiti, e vanta sufficiente illuminazione notturna. E’ priva di mezzi pubblici di trasporto collettivo, a parte i numerosi moto-taxi e, di conseguenza, anche qui la gente si sposta soprattutto sempre a piedi da un punto all’altro della città; ha case quasi tutte di un piano, con qualche eccezione di alcuni palazzi più moderni che sembrano condomini. La vita sembra svolgersi tranquilla, a parte il via-vai incessante di persone che animano le strade.

Non potevamo mancare di visitare il Kigali Memorial Center che,di recentissima apertura al pubblico, pur nella struttura circolare in cui si susseguono gli ambienti e le sezioni, nel suo modo di proporsi al visitatore mi ha richiamato alla memoria lo Yad Vashen di Gerusalemme, museo quest’ultimo molto diverso nella costruzione architettonica, ma molto simile nell’illustrare e raccontare i fatti tragici del recente genocidio, di cui la città stessa fu teatro insanguinato insieme al nord-ovest della Nazione. Immagini sconvolgenti, raccapriccianti, strazianti ed agghiaccianti di persone barbaramente mutilate o fatte a pezzi a colpi di machete, senza distinzione di sesso e di età, si susseguono nella copiosa sezione dedicata al trionfo dell’odio tribale, ed introducono ai locali del primo piano che documentano le vicende, altrettanto traciche, di olocausti perpetrati nel corso del ‘900 ai danni di gruppi etnici minoritari sparsi per il mondo, tra cui Armeni, Ebrei, popoli dell’ex Jugoslavia, Cambogiani. A perenne memoria del disumano massacro del’94, come a Gerusalemme, numerosissimi ritratti fotografici delle vittime orrendamente trucidate, riempiono le pareti convesse di ampie nicchie che si aprono attorno ad un vasto spazio circolare. E, tra di essi, particolarmente toccanti sono le foto dei bambini, anche piccolissimi, strappati alla vita, negati per sempre alla vita dalla violenza bruta della persecuzione. Questo luogo sacro della memoria offre, infine, la possibilità di sostare presso le tombe dei martiri che, allineate all’esterno dell’edificio centrale, sono attorniate da silenziosi e quieti giardini dove si percepisce appena il rumore dei passi sul selciato, mentre un mare infinito di emozioni e di vaghi pensieri ti assale, repentino e subitaneo,e non ti abbandona per tutta la durata del mesto pellegrinaggio.

Solo la creatività di abili e provetti artigiani, che ti ammalia con le sue prodigiose creazioni, sul far della sera riesce ad allentare la tensione ed a regalarti, attraverso pregevoli souvenir, una piacevole e distensiva distrazione.


Ultima tappa a Kigali, prima della tappa di rientro, è stato il frequentatissimo mercato generale dove, tra tripudi di pesantissimi cespi di banane, gialle e verdi, candide montagnole di impalpabile farina di Kassawa, mucchi traboccanti di tuberi delicatamente profumati di zenzero fresco,sacchi ricolmi di svariati legumi secchi, piramidi vertiginose di violacee melanzane,verdi peperoni, cipolle dorate, rubizzi pomodori, carote giganti, ci siamo aggirati, a lungo e senza fretta, per gli angusti camminamenti lasciati liberi dai banchi assiepati tra loro. E mentre dalle pescherie, dalle pollerie, dalle macellerie, contigue tra loro, ci arrivano zaffate di effluvi non proprio olezzanti, attraversavamo settori dove si reclamizzava, a caratteri cubitali, la messe a punto di computer e telefonini guasti, o si proponeva pomposamente l’acquisto di oggetti da regalare in negozi-baracche rabberciate alla meglio. E sulle porte degli aspiranti stand apparivano, affastellati alla rinfusa, articoli dal genere più svariato: dai rubinetti e dai tubi per lavandini scintillanti di cromature, alle fornacelle a carbone di una volta; dagli orci panciuti di legno dipinto color caramello, appesi a grappoli ai soffitti, ai canestri, alle sporte, alle trappole per topi; dagli utensili in legno destinati alla cucina, agli ampi scampoli di stoffa variamente colorata e disegnata, agli indumenti per adulti e bambini, confezionati sul posto dalle sarte impegnate alla macchina da cucire, ed appesi poi in bella mostra alle pareti e ai divisori di quella specie di sgabuzzini delimitati da reticolati di assi di legno; dagli oggetti di artigianato come vassoi, cestini, perfino orecchini coloratissimi di paglia intrecciata, ai bracciali di legno intagliato, alle borse di foglie di banana; dal pentolame di alluminio, esposto in parallele verticali, ad altrettante colonne di capienti recipienti di plastica colorata, impilati, pure loro, gli uni sugli altri, miracolosamente stabili agli urti, al pesce essiccato di un poco invitante color marroncino, esposto su lastroni di pietra insieme a tanto stoccafisso e baccalà di un indefinibile giallognolo. E avanzando in quel dedalo di corridoi stretti come budelli, labirintici, scarsamente illuminati e gremiti in modo opprimente, commentavamo quanto ci capitava sott’occhio, attaccando volentieri bottone con questo o con quello, privilegiando, tuttavia, interlocutrici giovani e carine, a cui strappavamo qualche sorriso, furtivo e compiacente, conducevamo qualche contrattazione indecisa ed estenuante, ma già in partenza, infruttuosa e, come tale, alla lunga, bruscamente e ruvidamente interrotta da sopraggiungere improvviso di chi non sembrava, invece, gradire la nostra invadente, rumorosa, caciarona presenza, in definitiva, non finalizzate all’acquisto della merce esposta e, con tanta pazienza, fino a quel momento, sciorinata. Rimbrottati anche per l’uso, continuo e non sempre ben accetto, delle nostre macchine fotografiche, ci siamo diretti all’uscita, dove ci aspettava il bus che ci avrebbe condotti, senza indugio, all’aeroporto.