08 Agosto 2010
Ci siamo trovati ieri sera a Roma. La compagnia appare subito buona: quattro coppie, tre singoli, oltre ad Eviana, l’accompagnatrice. Ragazza giovane, ma molto preparata e soprattutto eticamente motivata. Il suo obiettivo chiaro è quello di realizzare un “turismo responsabile”. Degli altri, conosco Elio e Maria Teresa (la coppia di Courmayer) per aver già viaggiato insieme in Sudan e Patagonia, ed Italo De Marchi, con cui ho condiviso l’Etiopia. Il viaggio è stato buono. All’arrivo ad Entebbe verso le 13, dopo la sosta ad Addis Ababa, le procedure di visto sono veloci, contrariamente ai timori di tutti. La sorpresa negativa è costituita invece da una valigia che arriva rotta (quella di Stefano e Tiziana, la coppia di Firenze) e da un’altra più piccola (la valigetta rossa!) di Elio e M. Teresa che proprio non arriva. Passiamo subito dall’albergo: lo Speke Hotel, in posizione centrale, abbastanza confortevole. La visita pomeridiana di Kampala ci mostra una città anonima, estesa su colline verdi con edilizia di norma mediocre ed, a contrasto, alcuni edifici alti e moderni nella zona centrale. Visitiamo il modesto museo etnografico, dove però si nota una volontà precisa, anche se espressa con mezzi poveri e semplici, di raggiungere l’obiettivo didattico di educare alle forme di energia ed al risparmio energetico (cucine solari, batterie ricaricabili, agricoltura compatibile ecc.). Per comprare la nuova valigia (oltre a piccole necessità di tutti) passiamo da un centro commerciale, di stampo europeo; noto solo che mancano le scale mobili, sostituite da rampe. A sera, ceniamo in un ristorante locale mangiando cucina sicuramente autoctona: pesce secco (tilapia) in salsa di noccioline e pollo di gusto e consistenza peraltro analogo al pesce, nonché matoke (purea di banane).
09 Agosto 2010
La mattina ci svegliamo al rauco grido dei marabù e, dopo la colazione consumata nella pizzeria (sic!) collegata all’albergo, partiamo con direzione N-W, verso Masindi, attraversando così la zona del cosiddetto “triangolo di Lowero”, teatro e fulcro di molti episodi della guerra civile. Sulla strada ci fermiamo a visitare lo “Ziwa Rhino Sanctuary”, un parco dove sono stati reintrodotti i rinoceronti, estinti completamente da una trentina danni a seguito del bracconaggio connesso alla guerra civile.
Sono rinoceronti bianchi e vi sono almeno tre femmine con i cuccioli, oltre ai maschi adulti. Dopo una breve passeggiata, entriamo in contatto visivo con una femmina (Nandi) ed il suo piccolo “Obama”, nato nel giugno 2009 e così chiamato, perché, come il presidente USA, ha madre americana e padre keniano.
Delusione! L’obiettivo 70-300 non funziona correttamente, non mette a fuoco in automatico ed anche con funzionamento manuale non è affidabile. Questo inconveniente rovinerà, con mia delusione, un poco il mio “impegno di fotografo”, che è parte importante del mio viaggio. Nonostante ciò, dopo un primo momento di incazzatura, per fortuna, la bellezza dei parchi e l’interesse profondo per quanto vediamo, ha positivamente superato e fatto dimenticare quasi completamente le deficienze tecnologiche. Dopo aver attraversato l’abitato di Masindi (modesta cittadina dove noto, come poi spessissimo dappertutto, la presenza costante di negozi di telefonia mobile) a sera con il buio, dopo aver iniziato a percorrere ad W di Masindi, la prima delle innumerevoli strade sterrate dell’Uganda, arriviamo ad un bel lodge (Sambiya River Lodge), immerso nella boscaglia all’interno del Murchison Falls Park, nella parte a Sud del Nilo Vittoria. Lungo la strada vediamo molti babbuini e galline faraone; ci sono anche, però, purtroppo, le mosche tsé-tsé, sembra non particolarmente pericolose, ma la cui puntura dicono essere molto dolorosa; nella zona del lodge, vi sono grandi trappole per le mosche: funzioneranno? Nel frattempo diversi del gruppo si adoperano per uccidere quelle due o tre mosche che si sono insinuate nel pulmino. Dopo una buona cena, tutti a dormire nelle casette sparse nel bosco; ci raccomandano comunque, prudenza, in quanto c’è l’eventualità che durante la notte qualche animale selvatico si aggiri nei dintorni.
10 Agosto 2010
Siamo al primo safari, sulla sponda Nord del Nilo, dove la savana prende il posto della fitta boscaglia del lato meridionale. Traghettiamo all'alba notando bolle di densa schiuma sull'acqua; capiremo poi che sono i residui di quanto macroscopicamente si forma alla base delle cascate a causa della corrente vorticosa e della energia che ivi si sprigiona. Il ramo del Nilo che attraversiamo è il Nilo Vittoria, vale a dire quel tratto con direzione N-NW, che nasce dal lago Vittoria (le sorgenti del Nilo sono a Jinja ) e, dopo aver attraversato il lago Kyoga, raggiunge il lago Alberto, da dove uscirà con il nome di Nilo Alberto. Antilopi, facoceri, bufali, giraffe e, poi, lontani elefanti; non vediamo felini. In un'ansa del fiume, vicino a due barche di pescatori, il primo gruppo di ippopotami è pigramente immerso nell'acqua bassa, mentre uno stormo di uccelli bianchi che gli sta sulla schiena si alza in volo ed un solerte pellicano fa scorpacciata di pesci. Girando vediamo ancora molti animali e, finalmente, da vicino un elefante che ci osserva dal bordo del sentiero. David, l'accompagnatore ugandese, ci mostra un curioso albero detto delle salsicce, dei cui frutti che sembra fermentino ed appaiono appunto come salami, sono ghiotti gli
elefanti che se ne cibano e, sembra, se ne inebrino. Più tardi, dopo il pranzo al sacco nel lussuoso Para Lodge con magnifica vista sul Nilo, breve crociera fino alla base delle cascate. Anche qui molti animali (ippopotami, coccodrilli, uccelli fra cui il kingfisher, in italiano, martin pescatore, che nidifica scavando buchi nella roccia tenera delle ripe).
11 Agosto 2010
Stanotte ha piovuto e le strade sterrate a fondo argilloso ne hanno risentito. Andiamo a vedere le cascate dall’alto, con un breve tragitto in pulmino all’interno del parco e poi una breve camminata. Poi, il lungo trasferimento verso Sud, per giungere a Fort Portal, ai piedi del massiccio del Rwenzori. Dopo una sosta per un pranzo a picnic sotto una tettoia in un albergo di un istituto religioso ad Hoima, ripartiamo contando di arrivare alla meta per le 18, 19 al massimo. Ma 25 km dopo Hoima, uno sconsiderato cantiere stradale che, lungo un breve tratto in salita in curva, occupa con mucchi di terra buona parte della carreggiata, aggrava la situazione già precaria della strada (un vero troiaio: poltiglia, fango, solchi profondi, terreno argilloso che sprofonda sotto le ruote). Rimaniamo bloccati dalle 16 in poi, mentre le poche automobili defluiscono con fatica, spinte a volte a mano, ed un autocarro davanti a noi, pur con uno stuolo di uomini che si affanna con molta buona volontà, ma solo con alcune zappe a sistemare la strada, oltre che a spingere il grande automezzo, sprofonda, si intraversa, riprova, ma non avanza. Ci tocca pernottare in pullman lungo la strada, familiarizzando soprattutto con i bimbi delle vicine capanne, che, con molta gentilezza, si accalcano, ricevono gioiosi e grati i piccoli regali, ma si immergono anche fino al ginocchio nel fango delle cunette.
12 Agosto 2010
Il lavorio per liberarci ricomincia già al sorgere del sole. Non piove ormai da molte ore, per cui il fondo stradale è un po’ migliorato. Riusciamo comunque a passare solo alle 11, dopo ben 19 ore di blocco. Nel frattempo i nostri (ed in particolare soprattutto Eviana e Giusy) familiarizzano con gli abitanti del posto bevendo tè con gli adulti e cantando e ballando con le ragazzine. Arriviamo finalmente a Fort Portal verso le 14. Mangiamo nel lodge (Rwenzori View) gestito da una signora inglese e poi riposiamo,
leggiamo, facciamo una passeggiata prima di cena, rimettendoci in fretta dal digiuno della sera precedente e soprattutto dalla notte passata a dormicchiare in pullman. Gli inservienti per sera ci lavano gli scarponi che si erano appesantiti con chili di fango. Il contrattempo ci ha impedito la prevista passeggiata nel parco Semliki. Peccato! Mi sarebbe piaciuto vedere i polloni di acqua bollente, di cui avevo letto nella guida. Perdiamo anche la visita prevista al villaggio dei pigmei (Batwa).
13 Agosto 2010
Dopo un breve tragitto in pullman, andiamo a visitare il santuario di Bigodi. Anche questo (come altri che vedremo) è un progetto comunitario (vale a dire gestito dalla comunità locale) che ha il fine (oltre che di permettere introiti vitali alla comunità) quello di salvaguardare la foresta paludosa. La visita che si sviluppa soprattutto percorrendo i margini della foresta non suscita particolari emozioni, anche se l’intrico degli alberi è avvincente e vediamo alcune scimmie (colobi) ed alcuni uccelli. Interessanti anche le zone paludose e le macchie di papiri. Al pomeriggio, invece, emozione pura. Andiamo nella foresta di Kibale, divisi in due gruppi, accompagnati da rangers, per cercare gli scimpanzè. Li troviamo praticamente subito, poco lontano dalla pista percorsa in pullman. Prima alcuni a terra a poca distanza (forse 8/10 m), poi lontani sugli alberi. Sono grandi! e chiassosi! Mangiano foglie e frutta, fra cui, in particolare, una specie di fichi. La comunità che abbiamo raggiunto consta di circa 120 individui, di cui riusciamo a vedere 10 o 15. All’inizio vediamo Sibo (il quarto maschio nella gerarchia) mentre mangia con tranquillità tenere foglie che strappa ad un arbusto. Poi Tabu (giovane maschio menomato ad una zampa per un incidente con una tagliola); poi, ancora, quasi alla fine della passeggiata, vicinissimi, Flop e Maghesi (rispettivamente secondo e terzo maschio nella gerarchia del gruppo). Ci manca solo il capo, Mobutu.
14 Agosto 2010
Attraversiamo l'equatore e, dopo, le gioiose foto di rito, un po' più a Sud, entriamo nel "Queen Elizabeth National Park". Dopo aver sostato in vista di un lago salato in un antico cratere, facciamo una mini crociera sul canale naturale Kazinga, che collega il lago George, più piccolo e posto ad oriente, con il lago Edward, decisamente più grande e posto più ad Ovest. Durante la piacevolissima gita in barca vediamo molti animali: ippopotami, elefanti, bufali, facoceri, antilopi, coccodrilli, vari uccelli fra cui martinpescatori, aironi, cormorani, aquile ecc.). Nel pomeriggio mentre Luigi e Lucia fanno una pesante scarpinata nella gola di Kiambura, vedendo da lontano solo pochi scimpanzè, tutti gli altri facciamo un game drive nel parco, molto deludente, privo di animali, fino a quando, finalmente, verso sera vediamo
da vicino un primo branco di elefanti e, poco dopo, un secondo che quasi ci attraversa la strada. A sera mangiamo e pernottiamo in un bellissimo lodge (Kingfisher Kichwamba) posto sulle pendici delle colline con ampia vista sulla savana della Rift Valley. Le stanze sono in edifici isolati, molto suggestivi, con tetto conico e soprattutto con bellissima vista.
15 Agosto 2010
Giornata di trasferimento. Ci dirigiamo a Sud, sempre all'interno del parco, verso Inshasha. Speriamo finalmente (ma inutilmente!) di vedere i leoni che, in questa zona si riposano sovente adagiati sui rami robusti dei fig tree. Tanti giri, ma ci dobbiamo accontentare di varie antilopi (waterbuck, kobi e, per la prima volta, topi, affini alle antilopi di Jackson). Usciamo dal parco e ci fermiamo a mangiare in una sonnolenta cittadina, fermandoci in un piccolo e lindo ristorante locale. Mangiamo un umido di capretto con makoke, innaffiato dalla ormai solita birra (Nile). Dopo, quattro passi a vedere i negozi(!); è domenica e i pochi aperti sono soprattutto sarti. A sera, inerpicandoci fra rilievi intensamente coltivati giungiamo a Buhoma, villaggio ai margini del parco Bwindi, circa a quota 1500 m s.m. Fa fresco, ma siamo finalmente ad una quota dove non vi sono zanzare. E vai! In questa zona la popolazione (i Bachiga) è numerosa, anche perché siamo in zona di confine con Congo e Rwanda e vi sono molti rifugiati. La natura è difficile, perché le pendenze dei rilievi sono pronunciate; le coltivazioni sono intensive rubando terreno alla foresta, integralmente eliminata fino a limite del parco. Ci accolgono le danze e l'artigianato di una specie di orfanotrofio (che sembra in realtà un punto di incontro e di gestione, piuttosto che una struttura rigida) autogestito da volontari locali, che si finanziano con le donazioni e con l'acquisto da parte dei turisti di oggetti artigianali e semplici disegni tutti realizzati dai ragazzi.
Ma lo stato esiste in questo sperduto angolo di mondo? Questa è una domanda che mi faccio spesso, specie dopo la sosta forzata sulla strada di Fort Portal, dove non solo tutti gli interventi per risolvere il blocco erano autogestiti dai malcapitati che ci si erano trovati in mezzo, ma anche non si riusciva a capire chi avesse ordinato i lavori di manutenzione della strada e chi li facesse.
16 Agosto 2010
Il cottage in cui ho passato la notte nel "Gorilla Resort" è memorabile: un piccolo edificio in muratura, tutto per me, costituito da un'enorme stanza e da un'altrettanto enorme bagno, praticamente vuoti, a parte il letto, la vasca ecc. Quasi tutti gli altri compagni di viaggio hanno avuto a disposizione superfici analoghe, ma … in tenda, seppur coperta da tettoia. La "reception" e la sala da pranzo con bar sono in una tettoia di legno (in parte in costruzione) con, però, bellissima vista sulle montagne del parco. Nel letto ci ha fatto piacevole compagnia la boule dell'acqua calda. Solo un primo gruppetto di quattro ha il permesso di andare a vedere i gorilla; tutti gli altri ci avviamo alla foresta, per una passeggiata alle cascate. Abbiamo subito la sorpresa di dover pagare quaranta dollari per entrare; peraltro il gruppetto di una decina di persone è accompagnato da ben tre rangers, di cui due armati di fucile, ci proteggono dai pericoli procedendo rispettivamente in avanguardia e retroguardia. Il cielo è bigio, ma la passeggiata è comunque piacevole all'interno della foresta primaria, fra alberi enormi, liane, licheni, radici che formano i gradini naturali. Qualche raro fiore, soprattutto orchidee e graziosi ponticelli in legno a scavalcare in più punti il torrente. Il sentiero è un po' faticoso e scivoloso, ma nei punti più difficili ottengo l'aiuto pronto ed efficace del braccio di un ranger. Il percorso termina alla terza cascata. Nel ritorno spunta il sole e, con lui, appaiono gruppi di farfalle dai vari colori. Qui però vi è sempre molta umidità e spesso piove. Quasi all'uscita del parco, per poco non ci imbattiamo casualmente in una famiglia di gorilla, ma ne sentiamo solo il rumore ed il vociare dei rangers che li stanno allontanando sia per tenerli lontani dalle case, sia perché gente come noi (che non ha pagato i 500
dollari dell'apposito trekking) possano approfittarne gratis! Ci riuniamo ai compagni che hanno felicemente incontrato una famiglia di gorilla e, nel pomeriggio, sotto qualche scroscio intermittente di pioggia visitiamo il villaggio di Buhoma. Sono case sparse sulla collina, fra bananeti e coltivazioni di tè. È un'economia di sussistenza, supportata qui anche dal turismo. Coltivano e distillano banane ricavandone birra e grappa. All'assaggio la prima è francamente, almeno per i miei gusti, imbevibile; piacevole, invece, (e ad alto tasso alcolico) la grappa al profumo di banana. Incontriamo un "medico" che ci illustra in modo vivace i metodi e le erbe naturali usate nel suo mestiere. Poi, nella povera scuola primaria, il direttore ci illustra con passione la situazione. I ragazzi studiano inglese, scienze, matematica e scienze sociali. Sono 7 classi con circa 80 ragazzi ciascuna. Anche qui è palese l'assenza dello stato e tutto funziona solo per l'iniziativa di gente di buona volontà, supportati dalla cooperazione internazionale. Dopo il dono di soldi, attrezzature scolastiche e, soprattutto, di reti e pallone da calcio
(graditissimi) finiamo il pomeriggio con una misera danza fatta appositamente per noi dalla piccola e povera comunità di pigmei (batwa) che vive da queste parti. Sono solo 57 individui, ormai in parte imbastarditi con i locali, espulsi dalla foresta dove vivevano in caverne e ripari provvisori, dopo la istituzione del parco ed alloggiati in un villaggetto, appositamente costruito per loro. Compriamo da loro qualche oggetto di artigianato, che hanno esposto mentre altri si esibivano nella danza. Io, in particolare, acquisto un paio dei soliti gorillini ricordo, ma soprattutto una bella maschera e la statuetta lignea di un guerriero.
17 Agosto 2010
Mentre la maggior parte del gruppo va a cercare i gorilla, per gli altri si prospetta una giornata di relax e di shopping. La strada fra il lodge ed il parco è costellata da negozietti di artigianato. Acquistiamo soprattutto statuette in legno (le più belle sono congolesi) divertendoci a mercanteggiare e magliette con le immagini dei gorilla (questa volta a prezzo pieno, perché importate dalla Tanzania). I sei compagni che hanno fatto il trekking ai gorilla trovandoli pressoché subito, ci raggiungono presto e, quindi, subito dopo pranzo partiamo per spostarci per la notte in un altro lodge (Gorilla Safari Lodge) posto ai margini del parco, ma nella zona meridionale. La quota di partenza è 1.500 m s.m., ma nel percorso raggiungiamo anche i 2.500. La strada è di circa 100 km, ma in terra battuta, in pessimo stato di conservazione e tanto stretta da costringerci ad una sosta dietro ad un camion, che sta sostituendo ben due gomme. Il percorso è lentissimo (quasi sette ore) e si sviluppa sempre in costa a colline dai ripidi pendii, uscendo continuamente e rientrando nei limiti del parco. Fuori dal parco tutto è disboscato ed intensamente coltivato, pur in condizioni geometriche di pendenza estreme. A sera, dopo un breve tratto di strada finalmente di recente costruzione e bitumato, deviamo per 23 kilometri in un'ulteriore strada sterrata verso il nostro lodge. Arriviamo col buio e abbiamo la sorpresa di trovare una bel complesso nuovo, gestito da una comunità locale, non lontano dall'ingresso meridionale del parco. Il personale è molto gentile e, finalmente, vi è il confort dell'acqua calda garantita da pannelli solari.
I souvenir in vendita (soliti cesti e statuette) sono però enormemente più cari che altrove. Siamo ancora in zona di montagna; la quota è di circa 1.800 m s.m.
18 Agosto 2010
Partiamo per Kisoro, l'ultima cittadina prima della frontiera con il Rwanda. Costeggiamo per qualche kilometro il lago Bunyony, già intravisto nella serata precedente, e vediamo da lontano il lago Mutanda.
Alla frontiera, a Cyanika, perdiamo un sacco di tempo per i visti. Del tutto in modo per noi imprevedibile, gli impiegati interrompono il lavoro per la pausa pranzo e...arrivederci a dopo! Dopo la frontiera la strada, che si sviluppa dritta e piana fra intense coltivazioni, diviene bitumata e la guida, dopo l'Uganda percorsa con guida a sinistra all'inglese, ritorna a destra. Sulla sinistra si vede lontano il lago Bulera, mentre sulla destra si comincia a vedere il primo imponente vulcano. In breve giungiamo alla nostra meta, il "Kinigi Guest House" di Rwengeri, anche in questo caso gestito dalla comunità locale. La quota è più alta; siamo a 2.300 m s.m. Lungo la strada percorsa nel pomeriggio abbiamo superato folle di pedoni e di ciclisti appiedati a spingere biciclette stracariche.
19 Agosto 2010
Il lodge è piccolo e carino, costruito da una ONG francese e lasciato poi in gestione ai locali. La vista è bella; siamo su di un altopiano e all'orizzonte ci sono i vulcani che danno nome al parco (Parco dei Vulcani) e che, in parte, costituiscono confine o con l'Uganda o con la repubblica Democratica del Congo.
Il più alto (a Nord, in confine con l'Uganda) è il Karisimbi (4507 m s.m.); è alle sue falde che vivono i gorilla resi famosi da Diane Fossey, uccisa qui dai bracconieri e che è diventata un mito, ricordato anche nel film "Gorilla nella nebbia". Il più particolare è il Sabynyo (3634 m s.m.) perché il suo crinale appare come il profilo di due teste reclinate che si affrontano. La colazione è la più spartana del viaggio (tè, caffè, pane tostato, una parvenza di marmellata fino ad esaurimento, burro ed, a domanda, uova e pankake). È la giornata delle scimmie dorate. Ci avviamo all'ingresso del parco (a meno di 1 km dal lodge) e dopo un po' di attesa ci avviamo accompagnati dai rangers attraversando prima una zona di campagna (campi di orzo, banane, alberi da frutta …) con povere capanne e bimbi miseri che ci osservano; poi entrando nel vero e proprio parco ci addentriamo, ormai circa a quota 2500 m s.m. nella foresta di bambù e nel folto delle piante, dove vive la popolazione di scimmie dorate. Abbiamo l'emozione di trovarle e rimanere a lungo in mezzo al branco, di cui vediamo diversi individui, sui rami, (a lungo immobili o rapidi nel saltare da un ramo all'altro), in posa vicino ad un torrente secco, seminascosti in anfratti...Nel pomeriggio visitiamo un villaggio costruito appositamente per i turisti; le mie pessimistiche previsioni di dover assistere ad una confezione "per turisti" si rivelano per fortuna sostanzialmente infondate in quanto, la ricostruzione della capanna reale, i costumi, le danze guerriere, i canti, la dimostrazione del medico locale riescono ad essere coinvolgenti dando sì l'impressione del museo all'aperto, ma, per fortuna, non quella di ricostruzione falsa. Lo spettacolo cui assistiamo e la sceneggiata di Stefano e Tiziana, che vengono vestiti da re e regina, hanno come interessati spettatori non solo noi, ma pressoché la totalità degli abitanti del villaggio ( e, sicuramente, tutti i bambini).
20 Agosto 2010
Gita al lago Kivu. La zona è fra le più delicate del Rwanda, in quanto in confine con la repubblica
Democratica del Congo, nella quale è compresa la metà occidentale del lago. È qui, oltre il confine, che si sono concentrati i campi profughi dei fuoriusciti sia tutsi, sia, poi, soprattutto hutu; è qui l'epicentro delle violenze e la zona operativa delle forze irregolari guidate da un generale tutsi che ha operato in Congo nei lunghi anni dopo il 1993; è qui che ancora oggi si intuisce che vi siano frequenti sconfinamenti o traffici clandestini, tanto che a pranzo nella cittadina di Gizenyi in un clima di ambigua tensione (l'unica volta in tutto il viaggio), i nostri accompagnatori ci fanno scendere in un vicolo all'ingresso del ristorante (un modesto self service) cercando di controllare che nessuno ci si avvicini nel breve percorso di entrata...Questo è anche il giorno della visita agli orfanotrofi. La mattina vediamo quello di Ros Carr, una signora inglese morta da pochi anni ed ivi
sepolta, che ha vissuto isolata per quasi sessanta anni in un in un cottage ricoperto da edere tipicamente inglese, coltivando prima piretro e poi fiori. Dopo il genocidio, appena ebbe la possibilità di rientrare dal forzoso trasferimento fuori del paese, si trovò a fronteggiare una situazione caotica dove vi erano molti orfani abbandonati. La generosità e la visione dell'immane disgrazia fecero sì che ella ospitasse nella proprietà un numero rapidamente crescente di bimbi, cercando di assicurare loro non solo vitto ed alloggio, ma anche istruzione (la scuola primaria aperta a tutta la popolazione locale è stata costruita appena al di fuori del recinto). Alcuni ragazzi vengono avviati anche alla secondaria e, se meritevoli, all'università. L'organizzazione segue i ragazzi aiutandoli anche nella ricerca del lavoro. Lo sforzo è immane e l'attuale gestore (un americano) ci ha francamente confessato che non sa fino a quando saranno in grado di reggere, dato che vivono del commercio dei fiori e delle donazioni internazionali. La comunità si presenta bene in grandi spazi, nell'ordine e nella pulizia degli ambienti, tutti assai dignitosi. Però, non so perché, si respira un'aria di mestizia, almeno superficialmente non comprensibile. Nel pomeriggio, su indicazione dell'americano, andiamo a vistare anche un orfanotrofio locale. Qui restiamo colpiti, sorpresi e commossi. I ragazzi da neonati ad ultraventenni sono quasi seicento; l'organizzazione retta da
un'anziana e saggia signora, si basa solo sul volontariato assicurato da una sessantina di persone, soprattutto donne. L'orfanotrofio è appoggiato dal vescovato; l'economo è un prete. Però anche in questo caso per sopravvivere si basano soprattutto oltre che, come detto, sul volontariato (a volte anche di ragazzi stranieri) anche sulle donazioni internazionali, sulla parziale autarchia derivante dal possesso di mucche, capre e galline, dalla disponibilità di un pozzo le cui attrezzature sono state donate da una ONG americana ecc. Pur in questo marasma, qui il clima è sereno; i bambini (tantissimi piccoli sotto i quattro cinque anni) sono molto estroversi e ci adottano prendendoci per mano ed accompagnandoci durante la visita che facciamo a tutto il complesso. Fra gli altri ci sono anche due piccoli albini, portati qui dalle nonne, per difenderli dai rischi concreti di essere rapiti ed uccisi in quanto in molte zone (specie in Tanzania) la esistenza di tipi come loro viene considerata un'anomalia pericolosa e portatrice di sventure. Lasciamo alla direttrice quel po' di materiale che ci eravamo portati dietro dall'Italia (quaderni, penne, colori, vestiario, medicinali, latte in polvere...).
Ci stringe però il cuore il vedere questa miriade di volti sorridenti e fiduciosi e di cui noi sappiamo quanto sia incerto il domani...
21 Agosto 2010
Trasferimento a Kigali lungo strade bitumate ed in buono stato di manutenzione, percorse da tanta gente indaffarata a portar carichi od a spingere biciclette stracolme di caschi di banane...e tutti diretti ai più vicini mercati. Ci fermiamo anche noi a passeggiare in uno di questi, in un villaggio un po' più grande degli altri. Il percorso si snoda tra alte, ripide e frequentissime colline, spesso coltivate nonostante la forte pendenza e, comunque, sempre molto verdi (non a caso il Rwanda è chiamato il paese delle mille colline!) A Kigali, dopo aver visitato il "Memorial Center", edificio dove risiede stabile una
struggente mostra permanente della storia del paese con particolare riguardo agli avvenimenti che hanno portato all'odio fra la gente ed a vari momenti di grande violenza fra i quali particolare importanza ha il genocidio del 1993. All'interno del recinto ci sono anche diverse fosse comuni in cui ci dicono essere sepolte 300.000 persone, circa un terzo delle vittime dei massacri. A sera, ed ormai con il buio, andiamo al centro commerciale dell'artigianato: una serie di negozietti in uno spazio concluso, dove vediamo oggetti di artigianato molto belli, soprattutto sculture lignee (umane o di strumenti musicali a fiato o di animali o di porte) ed, anche in questo caso, ci fanno notare come le più belle provengano dal Congo (dove, immagino ci sia sicuramente una forte cultura tradizionale che rende possibile e pregna di significato la indubbia grande capacità artigianale). Le impressioni che ci formiamo sono, purtroppo, solo superficiali e basate sulla fugace visione della tantissima gente che incrociamo, su quella degli edifici soprattutto della capitale, ma in minor misura anche di Ruwengeri, sulla tipologia dell'albergo di Kigali (architettura, sistemazione esterna, attrezzature ecc.), sul parco macchine in
circolazione; sembra comunque che qui in Rwanda ci sia maggiore ricchezza rispetto all'Uganda, ma anche maggiore disuguaglianza sociale. Il paese è emerso e sta, in realtà, ancora tentando di uscire da una situazione di guerra civile e di odio tribale e di classe che al mondo ha avuto pochi eguali; la legge ora impedisce la divisione anche solo nominale fra hutu e tutsi e impone che esistano solo rwandesi, ma i numerosissimi criminali di guerra sono stati processati e condannati solo in minima parte, utilizzando in maniera importante lo strumento tradizionale del tribunale popolare delle varie comunità locali. Sembra che il fuoco covi sotto la cenere. Questa impressione mi viene confermata dalle letture di articoli, che Eviana si era procurata in Italia, che illustrano le divisioni che si sono operate negli anni nella maggioranza di governo (con incriminazione e fuga di un paio di personaggi importanti), nella pretesa di un gruppo politico recentemente formatosi di equiparare i crimini contro l'umanità commessi dagli hutu con quelli sicuramente effettuati, seppur in misura minore, anche dai tutsi.
22 Agosto 2010
Mattinata che si sviluppa con lentezza e pigrizia in attesa della partenza nel pomeriggio. Passi perduti nel grande mercato alimentare dove vediamo soprattutto banane, uova (che, curiosamente per noi, un venditore controllava una ad una per vedere se c'era dentro il pulcino), farine, legumi, zenzero, polli, macellerie e pescherie (con la presenza, sempre ma proprio sempre, dell'ormai famoso "tilapia") All'aeroporto, poi, cominciamo a salutare Eviana, Giusy e Alberto che rientrano via terra in Uganda per fermarsi una ulteriore settimana nella missione comboniana di Gulu; poi allo scalo di Addis ci separiamo da Lucia e Luigi che vanno invece a far qualche giorno di mare in una isoletta vicino Zanzibar.
Tutti gli altri ci imbarchiamo invece per Roma e poi (23.08.2010) ciascuno, in treno o come me, con un'ultima tratta aerea, verso la propria casa.
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